• Erbivori giganti, predatori e impronte nel Permiano sardo: il mondo perduto di Torre del Porticciolo

    Nel cuore della Sardegna nord-occidentale, nella Nurra di Alghero, gli affioramenti della Formazione Cala del Vino hanno restituito negli ultimi anni una serie di scoperte paleontologiche di rilievo internazionale. Tra queste, nel sito TdP1, spicca Alierasaurus ronchii, un gigantesco caseide erbivoro del Permiano, descritto per la prima volta a partire da uno scheletro postcraniale parziale rinvenuto nei pressi di Torre del Porticciolo. La scoperta è stata, inizialmente, documentata nello studio scientifico del 2014 a firma di Marco Romano e Umberto Nicosia, per poi essere ripresa e approfondita in studi succesivi svolti nel 2017 e 2018 (Link in fondo all’articolo). Il nome del nuovo genere e della nuova specie è un omaggio ad Ausonio Ronchi, scopritore dei primi resti fossili, e alla forma sarda del toponimo Alghero, “Aliera”.

    L’esemplare tipo conserva otto vertebre caudali articolate, frammenti di costole dorsali, uno scapulocoracoide, parte dell’ulna sinistra e diversi elementi del piede in ottimo stato di conservazione. Se le vertebre e le costole mostrano la morfologia tipica dei caseidi, il piede presenta caratteristiche uniche che hanno portato alla definizione di un nuovo genere: il quarto metatarso, ad esempio, è più lungo e sottile rispetto a quello di altri caseidi giganti, con una testa prossimale inclinata a 120° e falangi ungueali corte, robuste e a sezione subtriangolare. Analisi morfometriche basate su dieci esemplari di caseidi hanno confermato che queste peculiarità non rientrano nella variazione nota per altri generi come Casea e Cotylorhynchus, supportando l’idea di un taxon distinto. Le vertebre caudali di Alierasaurus sono lunghe quanto larghe, profondamente anficeli e a forma di rocchetto, con un solco ventrale mediano, mentre le costole dorsali, robuste e con capitulum sviluppato, delineano una gabbia toracica ampia e tondeggiante, tipica degli erbivori che ospitavano un voluminoso apparato digerente per la fermentazione della cellulosa. Le dimensioni complessive dell’animale, stimate tra i 6 e i 7 metri di lunghezza, lo pongono tra i più grandi caseidi conosciuti, comparabile, e forse superiore, a Cotylorhynchus hancocki del Nord America. Nuovo materiale rinvenuto nello stesso sito ha permesso di ampliare la diagnosi del genere, includendo ulteriori autapomorfie come l’espansione trasversale della punta delle spine neurali dorsali e sacrali. Una spina neurale caudale con estremità bifida, caratteristica dei caseidi più derivati, ha confermato l’appartenenza di Alierasaurus a questo gruppo e, grazie a un’analisi cladistica, il taxon è stato posizionato come “fratello” del genere Cotylorhynchus, in un clade che comprende anche Angelosaurus ed Ennatosaurus.


    Modelli fotogrammetrici della costola dorsale di Alierasaurus ronchii in vista anteriore nella sua posizione originale. Modelli reticolati in scala di grigi (1, 3, 5); modello realistico con texture ottenute dalle immagini originali (2, 4, 6).
    Fonte: Romano et al., 2017

    A poca distanza dalla località tipo, nel 2015, sempre su segnalazione del Prof. Ausonio Ronchi, un secondo sito (TdP2) ha restituito i resti di un altro sinapside, questa volta carnivoro: uno sfenacodontide, gruppo che include predatori iconici come Dimetrodon. Si tratta di una scoperta eccezionale, perché rappresenta il primo sfenacodontide noto in Italia e uno dei pochi in Europa, nonché la più recente occorrenza del gruppo nel continente. Il materiale comprende parte della mascella destra con denti compressi labio-lingualmente, un bacino e un femore. Questo ci fa pensare ad predatore di taglia medio-grande, dalla dieta ipercarnivora, nonché ad un agile cacciatore attivo lungo i corsi fluviali. Inoltre, la sua coesistenza con Alierasaurus offre un raro spaccato della catena alimentare permiana.

    Esempio di esemplare appartenente al gruppo di tetrapodi pelicosauri detti Sphenacodontidae, Dimetrodon incisivum;
    Fonte: H.Zell

    Infine, un terzo sito (TdP3), poco distante, ha restituito impronte fossili attribuite all’icnogenere Merifontichnus, precedentemente noto dal Perminao della Francia meridionale. Le tracce, lasciate su un banco sabbioso umido, pentadattili e con dita corte e arrotondate, appartenevano probabilmente a un piccolo tetrapode lacertoide lungo tra i 50 cm e 1 m. Queste orme testimoniano un passaggio lento su terreno fangoso, subito prima della solidificazione dei sedimenti, e rappresentano anche l’unica testimonianza della microfauna vertebrata in questa zona, finora assente nel record osseo. La presenza congiunta, nella stessa area, di resti scheletrici e di impronte rende Torre del Porticciolo uno dei rari siti europei dove è possibile confrontare direttamente dati icnologici e osteologici, ampliando la comprensione della biodiversità locale.

    Materiale icnologico: A, impronta di un piede isolata; B, disegno interpretativo dell’impronta; C, modello tridimensionale solido; D, profilo topografico a colori con linee di contorno; E, serie mano-piede; F, disegno interpretativo delle impronte; G, modello tridimensionale solido; H, profilo topografico a colori con linee di contorno.
    Fonte: Romano et al., 2018

    L’ambiente della Formazione Cala del Vino era infatti soggetto a frequenti inondazioni e disseccamenti: i resti di Alierasaurus furono trasportati e sepolti più volte; il predatore sfenacodontide mostra tracce di riesumazione e nuova deposizione; le orme di Merifontichnus si formarono dopo una piena, quando il terreno era ancora saturo d’acqua. La combinazione di resti ossei e tracce fossilizzate in un’unica unità geologica è un evento rarissimo in Europa, paragonabile solo al celebre sito tedesco di Bromacker Quarry, e fa della Nurra un punto chiave per lo studio degli ecosistemi terrestri permiani.

    In pochi anni, la regione di Torre del Porticciolo ha restituito un’intera “savana permiana”: erbivori colossali, predatori specializzati e piccoli rettili, tutti vissuti nello stesso paesaggio fluviale, delineando un quadro che arricchisce le conoscenze sull’evoluzione dei vertebrati e sulle dinamiche paleogeografiche del supercontinente Pangea. Un patrimonio straordinario che merita di essere studiato, raccontato e custodito.


    Articoli Originali

    • Citton P. et al. – “First tetrapod footprints from the Permian of Sardinia and their palaeontological and stratigraphical significance“, 2018, Geological Journal. LINK
    • Romano M. e Nicosia U. – “Alierasaurus ronchii, Gen. et sp. nov., A caseid from the Permian of Sardinia, Italy“, 2014, Journal of Vertebrate Paleontology. LINK
    • Romano M. et al. – “New material of Alierasaurus ronchii (Synapsida, Caseidae) from the Permian of Sardinia (Italy), and its phylogenetic affinities“, 2017, Palaeontologia Electronica. LINK
    • Romano M. et al. – “New basal synapsid discovery at the Permian outcrop of Torre del Porticciolo (Alghero, Italy)“, 2018, Geological Journal. LINK
    • Romano M. et al. – “Permian tetrapod localities in the Nurra region (NW Sardinia, Italy): The State of the Art“, 2018, Permophiles. LINK

    In copertina la ricostruzione di Alierasaurus ronchii -©Di.Ma – Fabio Manucci

    Le impronte fossili nella Nurra raccontano “i primi passi” dopo la più grande estinzione del Pianeta

    Nel cuore della Nurra, nel nord-ovest della Sardegna, a pochi passi dal promontorio di Capo Caccia, un campeggio stagionale celava un segreto preistorico. Alcuni blocchi di arenaria usati come recinzione mostravano strane depressioni. Nel 2017, un gruppo di paleontologi ha riconosciuto in quelle forme le prime impronte di tetrapodi del Triassico mai scoperte in Sardegna. Le orme provengono da blocchi staccatisi dalla parte medio-superiore delle Arenarie di Cala Viola, una formazione geologica risalente all’Anisico (circa 245 milioni di anni fa). Il ritrovamento è eccezionale: si tratta della prima testimonianza diretta della fauna terrestre che ha popolato l’isola subito dopo la più grande estinzione di massa della storia, quella di fine Permiano. Per capire l’importanza di questa scoperta, bisogna ricordare che l’estinzione di fine Permiano, avvenuta circa 252 milioni di anni fa, fu l’evento più drammatico nella storia della vita sulla Terra. Oltre il 90% delle specie marine e circa il 70% di quelle terrestri scomparvero in un lasso di tempo geologicamente brevissimo, probabilmente a causa di una combinazione di imponenti eruzioni vulcaniche, cambiamenti climatici estremi e collasso degli ecosistemi. I pochi sopravvissuti si trovarono in un mondo instabile e ostile, ma quasi privo di competitori. Il Triassico rappresentò quindi un’epoca di lenta rinascita: nuovi gruppi animali si diversificarono, colonizzando nuovamente terre e mari. Le impronte rinvenute in Sardegna appartengono proprio a questo momento di transizione, quando la vita muoveva i primi passi verso una nuova era dominata dagli arcosauri e, più tardi, dai dinosauri.

    Le impronte trovate, lunghe circa 1 cm, sono state analizzate con tecniche di fotogrammetria digitale 3D, che hanno permesso di ricostruire con precisione la loro forma e profondità. Sono orme minuscole, ma incredibilmente dettagliate, lasciate da animali leggeri su un terreno sabbioso e umido. La maggior parte delle tracce è riferibile all’ichnogenere Rhynchosauroides: orme pentadattili (cinque dita), con dita affusolate e divergenti, attribuite a piccoli neodiapsidi, probabilmente simili ai prolacertiformi. Altre presentano caratteristiche diverse: tre dita parallele e dritte, un dito ridotto e artigli evidenti. Queste sono assegnate a Rotodactylus, un ichnogenere attribuito a piccoli dinosauromorfi basali, considerati parenti stretti dei primi dinosauri.

    L’ambiente in cui queste impronte si sono conservate era una pianura alluvionale semi-arida, attraversata da canali effimeri e soggetta a brevi inondazioni. Le orme si sono formate su banchi di sabbia umida subito dopo una piena e si sono conservate grazie al rapido deposito di sedimenti fini. Queste tracce raccontano un mondo che stava lentamente riprendendosi dopo l’estinzione del Permiano. Animali piccoli, veloci e leggeri si muovevano su suoli sabbiosi e asciutti in cerca di insetti o rifugi. Nessun resto osseo è stato finora rinvenuto, ma le impronte testimoniano la presenza attiva, in Sardegna, di tetrapodi terrestri già nel Triassico medio.

    Ricostruzione di: 1) Rhynchosauroides e 2) Rotodactylus.
    Fonte: (modificato da) Fabio Manucci

    Un ponte tra Permiano e Triassico

    Il ritrovamento delle impronte triassiche nelle Arenarie di Cala Viola completa idealmente il quadro già noto dal vicino Permiano della Formazione Cala del Vino, dove sono stati scoperti i fossili di Alierasaurus, di un predatore sfenacodonte e le orme di Merifontichnus. Queste nuove impronte appartengono a un mondo diverso: è il Mesozoico che avanza, è il tempo dei primi dinosauri e dei loro parenti più prossimi. Sebbene non siano state trovate ossa, l’orma di Rotodactylus rappresenta un potenziale indizio della presenza di dinosauromorfi in Sardegna già 245 milioni di anni fa. Un indizio che getta nuova luce sulla colonizzazione terrestre post-estinzione e sul ruolo dell’area mediterranea nella diffusione dei primi arcosauri.

    Le impronte fossili di Rhynchosauroides e Rotodactylus scoperte nella Nurra sono più di semplici tracce: sono messaggi nel tempo. Raccontano la resilienza della vita, la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi e il lento ma inesorabile cammino evolutivo che, pochi milioni di anni più tardi, avrebbe portato al dominio dei dinosauri.

    La Sardegna si conferma una terra preziosa per ricostruire il passato più remoto della vita terrestre. E queste piccole orme, scoperte quasi per caso, ci ricordano che ogni roccia può nascondere una storia lunga milioni di anni.

    A) Da sx a dx: fotografia ravvicinata dell’impronta, Rhynchosauroides; disegno del contorno dell’impronta; mappa tridimensionale ad elevazione con falsi colori; B) Da sx a dx: fotografia ravvicinata dell’impronta, Rhynchosauroides; disegno del contorno dell’impronta; mappa tridimensionale ad elevazione con falsi colori; C) Da sx a dx: fotografia ravvicinata dell’impronta, Rotodactylus; disegno del contorno dell’impronta; mappa tridimensionale ad elevazione con falsi colori. Le barre di scala corrispondono a 1 cm.
    Fonte: Citton et al., 2020

    Immagine di copertina: ricostruzione paleoambientale dell’area di studio durante l’Anisico, Rhynchosauroides (dx) e Rotodactylus (sx).
    Fonte: Fabio Manucci in Citton et al., 2020

    IMPRONTE – Noi e le Piante

    Da secoli, l’occhio di studiose e studiosi ha cristallizzato in immagini quel che possiamo e vogliamo vedere dei vegetali, dapprima disegnando a mano libera, poi usando erbari illustrati e sistemi di stampa sempre più sofisticati. Infine, con tecnologie sempre più sorprendenti, in pochi decenni l’immaginario della botanica è stato stravolto. Ma che cos’è una pianta e che rapporti dobbiamo avere con lei oggi?

    Parma, nella splendida cornice di Palazzo del Governatore, a partire da sabato 13 gennaio a lunedì 1 aprile 2024 Impronte. Noi e le piante, esposizione unica nel suo genere che ripercorre in oltre 200 oggetti figurativi (erbari storiciillustrazioni botaniche, stampe in nature printing e xiloteche, ma anche fotografie moderne e immagini ad alta tecnologia) il rapporto inesauribile che lega umanità e natura, botanica e immagini, scienza e arte.

    Realizzata dall’Università di Parma in collaborazione con il Comune di Parma e il sostegno di Fondazione Cariparma, Gruppo Chiesi e Gruppo Davines, Impronte dipana nelle sue 10 sezioni il filo della memoria naturale che da sempre l’uomo cerca di cogliere e fissare, dalla carta degli erbari alle odierne immagini satellitari dei censimenti arborei, passando per illustrazioni, taccuini, modellini e persino risonanze magnetiche e sguardi ai raggi X. Al centro, ideale e concreto raccordo tra le epoche, l’installazione audiovisiva Artificial Botany, a cura di fuse*, che esplora suggestioni e capacità espressive delle illustrazioni botaniche classiche attraverso l’uso di moderni algoritmi di apprendimento automatico.

    La mostra – visitabile gratuitamente fino all’1 aprile, da mercoledì a domenica dalle 10 alle 19, festivi inclusi – prevede anche visite guidatelaboratori didattici riservati a giovani esploratori accompagnati dai propri insegnanti e un concorso per giovani illustratori, intensificando così il dialogo – mai interrotto – tra Parma e la sua Università. Un rapporto oggi ancora più profondo grazie all’avvio dei lavori di ristrutturazione dell’Orto Botanico, oggetto di un significativo recupero volto a renderlo uno dei fulcri cittadini e nazionali su cui imperniare comunicazione scientificaeducazione e ricerca condivisa, soprattutto sui temi della cultura vegetale in ogni sua declinazione umanistica e scientifica.
    Info dettagli QUI

    Impronte. Noi e le piante è realizzata dall’Università di Parma in collaborazione con il Comune di Parma, il sostegno di Fondazione CariparmaGruppo Chiesi e Gruppo Davines e con il patrocinio e la collaborazione dell’Università di Padovale Scienze e National Geographic.
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