• GEOITALIANI10

    BOLOGNA, 26 e 27 GENNAIO 2023



    L’Italia può essere considerato uno dei paesi fondatori della moderna geologia, grazie all’opera di eccellenti geoscienziati che contribuirono, ciascuno nella propria disciplina, allo sviluppo del pensiero scientifico moderno e laico. Dopo l’Unità del Regno, molti di questi furono chiamati a ricoprire incarichi pubblici in ragione sia delle virtù patriottiche, sia delle competenze tecniche.

    Il recupero delle proprie radici è una base fondamentale su cui la comunità geologica italiana può fondare un rinnovamento del ruolo propulsivo avuto nella storia d’Italia, dalle fasi di strutturazione dello Stato unitario sino alla seconda metà del XX secolo, quando i nostri predecessori contribuirono in maniera significativa al progresso delle geoscienze a livello internazionale.

    Con queste finalità la Società Geologica Italiana ha istituito nel Dicembre 2012 la Sezione di Storia delle Geoscienze, che ha recentemente compiuto i dieci anni di vita.
    Molte iniziative hanno caratterizzato in questa decade la crescita della Sezione che, partita da 10 membri iniziali, oggi ne conta oltre 160.

    Tra le prime iniziative della Sezione vi è stata l’attivazione nel marzo 2013 del blog GEOITALIANI , che ospita testi, curati dai responsabili della sezione e da altri Autori, arricchiti da immagini storiche e/o contenuti multimediali. Il blog vuole ricostruire la storia delle Scienze della Terra in Italia attraverso il ricordo delle figure scientifiche degli uomini e delle donne che in tali campi hanno operato: dai pionieri delle scienze naturali e dai padri fondatori delle moderne discipline geologiche, sino a coloro che hanno condotto le geoscienze italiane verso il XXI secolo. Oltre alle commemorazioni di personaggi del passato- sia protagonisti che comprimari-, gli argomenti affrontati spaziano dalla descrizione di eventi storici, di località caratterizzate da peculiarità geologiche o geomorfologiche, a commenti e riflessioni sul ruolo della geologia e della divulgazione della disciplina. La pubblicazione si rivolge perciò ad un pubblico ampio cui far conoscere, anche oltre i confini specialistici delle Scienze della Terra, il ruolo dei geoscienziati italiani nel contesto sociale, economico, politico e culturale del Paese.

    Gli account sui social network Facebook Geoitaliani , Youtube Geoitaliani SGI e Twitter @geoitaliani fungono da strumenti di diffusione delle attività.
    Dal 2017 la Sezione di storia delle geoscienze è, inoltre, affiliata all’International Commission on the History of Geological Sciences (INHIGEO) dell’International Union of Geological Sciences (IUGS).

    In occasione del decennale, la Sezione organizza due giornate celebrative “GEOITALIANI 10” a Bologna, luogo simbolico in cui Ulisse Aldrovandi coniò il vocabolo “geologia” nel 1603.
    Nel pomeriggio di giovedì 26 Gennaio si svolgerà una visita guidata ai musei universitari di Palazzo Poggi, mentre il venerdì 27 si terrà un convegno presso l’Accademia delle Scienze.

    Comitato Scientifico e organizzatore:
    Alessio Argentieri, Fabiana Console, Giovanni De Caterini, Simone Fabbi, Paolo Macini, Pietro Mosca, Daniele Musumeci, Marco Pantaloni, Fabio Massimo Petti, Marco Romano, Ezio Vaccari, Alessandro Zuccari, Costantino Zuccari

    Giovedì 26 gennaio 2023, ore 15:00 -16:00 Visita ai musei universitari di Palazzo Poggi

    Venerdì 27 gennaio 2023, ore 9:30 – 17:00 Convegno GEOITALIANI 10

    presso l’Accademia delle Scienze di Bologna, Sala Ulisse, Via Zamboni 31

    Apertura dei lavori: ore 9:30 – 10:45

    ● Saluti istituzionali: Ezio Mesini (Università degli Studi di Bologna – Accademia delle Scienze), Sandro Conticelli (Presidente Società Geologica Italiana), Paolo Macini (Università degli Studi di Bologna).

    ● Alessio Argentieri, Marco Pantaloni 10 anni della sezione di Storia delle geoscienze. ● Gian Battista Vai A 100 anni dalla morte di Giovanni Capellini (1833-1922) con Giuseppe Scarabelli (1820-1905) in filigrana.

    Comunicazioni scientifiche: 11:00 – 13:00

    – I personaggi –

    ● Mattia Sella Quintino Sella ingegnere minerario.
    ● Giorgio Vittorio Dal Piaz Felice Giordano, un grande Geoitaliano.
    ● Luca Barale, Fabiana Console, Alberto Corno, Gianluca Frasca, Pietro Mosca, Marco Pantaloni I quaderni di campagna di Secondo Franchi (1859-1932)
    ● Marco Pantaloni, Fabiana Console Da Karl Mayer-Eymar a Raimondo Selli: la storia del Messiniano.

    ● Discussione
    Pausa pranzo: 13:00 – 14:00

    Comunicazioni scientifiche: 14:00 – 17:00

    – I luoghi –

    ● Simone Fabbi Dai monaci alla scuola romana: l’esplorazione geologica dell’alta valle dell’Aniene.

    ● Fabiana Console, Simone Fabbi, Claudia Principe, Marco Pantaloni Bonaventura Montani e i Campi Flegrei.

    ● Ezio Vaccari, Kathleen Histon Arturo Issel, lo studio della preistoria e l’esplorazione delle grotte.

    ● Paolo Macini Le escursioni geologiche di Giovanni Capellini nei Principati Danubiani (1864-1865).

    – Gli oggetti e le immagini –

    ● Marco Romano I fossili oggetti straordinari: tra mito, leggenda e folclore.
    ● Maddalena Napolitani La cultura visiva delle scienze della Terra nella seconda metà del XIX secolo.

    ● Giovanni De Caterini, Alessio Argentieri, Anna Maria Bilotta, Giancarlo Della Ventura “IN HOC SILEX VINCES”. Storie di sampietrini, di lave e di strade romane.

    ● Daniele Musumeci, José Pablo Sepúlveda, Giovanni Leone, Stefano Branca, Luigi Ingaliso L’evoluzione della vulcanologia internazionale nel 20° secolo: il caso cileno.

    Si prega di confermare la partecipazione inviando una e-mail entro venerdì 20 gennaio 2023 a storiageoscienze@socgeol.it, indicando la partecipazione al convegno del 27 gennaio e/o alla visita ai musei universitari di Palazzo Poggi del 26 gennaio (costo 7 euro).

    La Corsa delle Tartarughe

    La corsa contro il tempo delle tartarughe per battere il cambiamento climatico

    © Mauricio Anton

    Un nuovo studio, condotto dagli scienziati del Museo di Storia Naturale e dell’Università di Vigo, ha utilizzato il Tempo Profondo come chiave di previsione per i futuri cambiamenti climatici. 
    In particolare, sono stati studiati reperti fossili e analizzate le caratteristiche delle faune del passato con lo scopo di prevedere la distribuzione delle tartarughe viventi su un pianeta che diventa sempre più caldo.

    I risultati dimostrano come le tartarughe abbiano in realtà buone possibilità di sopravvivere agli aumenti di temperatura oggigiorno stimati. Con temperature previste attualmente in aumento di 1,5 – 2°C, è molto probabile che le tartarughe debbano mettere in conto un cambio di latitudine rispetto alle aree in cui vivono oggi.

    Se le tartarughe vorranno sopravvivere all’emergenza planetaria, dovranno quindi migrare in un nuovo ambiente, lontano dai loro attuali habitat tropicali e subtropicali che diventerebbero più aridi e quindi letali per questi rettili.
    Tuttavia, mentre il Pianeta si riscalda, altri luoghi diventano potenzialmente abitabili. Secondo l’attuale modello dei cambiamenti climatici, è possibile immaginare in un prossimo futuro che alla alte latitudini, una vasta porzione di area del Nord America e dell’Asia diventino più umide e calde, andando così a ricreare un habitat più adatto per le tartarughe.

    L’autore principale di questo studio, il dott. A. Chiarenza, afferma: “Per sfuggire agli effetti del cambiamento climatico ed evitare l’estinzione, dovuta allo stravolgimento ambientale legato soprattutto all’incremento delle temperature su tutta la Terra, le tartarughe saranno costrette a migrare lontano dai loro habitat attuali, verso un ambiente più adatto. Sebbene non siano note per la loro velocità, le tartarughe dovranno agire in fretta per battere il tasso di cambiamento climatico”. E aggiunge: “Un altro ostacolo da tenere in considerazione sono le pressioni antropiche su una potenziale migrazione. Questa ricerca fornisce una base per favorire il lavoro di conservazione e tutela per la salvaguardia delle tartarughe e potenzialmente anche per molte più specie i cui habitat sono vulnerabili ai cambiamenti climatici».

    Ma perché si è partiti proprio dalle tartarughe?
    Il team di ricerca ha deciso di concentrare questo progetto sulle tartarughe per diversi motivi. Rispetto ad altri rettili del passato, le tartarughe hanno una documentazione fossile sorprendentemente buona grazie anche ai loro carapaci. L’ecologia di questi affascianti rettili non è cambiata molto nelle ultime centinaia di milioni di anni, il che significa che sono facili da individuare e identificare, con una comprensione relativamente buona della loro distribuzione. Le tartarughe hanno una forte relazione con l’ambiente in cui vivono ed interagiscono e danno la possibilità ai ricercatori di costruire un dataset di informazioni fondamentali utilizzabili per comprendere i loro limiti climatici e ambientali.

    Dall’interazione dei dati paleontologici ed ecologici attuali, il team è stato in grado di valutare uno spazio ambientale teorico in cui gli animali potrebbero potenzialmente esistere, e quindi fare ulteriori previsioni basate su eventi noti. Dopo aver seguito con successo questo modello nel tempo, utilizzando dati ricavati dai reperti fossili, il gruppo è stato in grado di proiettarlo su scenari futuri, ad esempio quello della temperatura in aumento.

    L’importanza della Collezione
    Al momento ci sono solo pochi analoghi in grado di prevedere con precisione cosa accadrà agli animali durante l’emergenza planetaria. La documentazione sui fossili è uno strumento incredibilmente utile per aiutare a svilupparlo ulteriormente, poiché un cambiamento climatico di questa portata ha già avuto luogo durante il periodo di raffreddamento della Terra ed è registrato dai fossili provenienti dalle collezioni dei musei di Storia Naturale come quella utilizzata in questa ricerca.

    Il prof. Paul Barrett del Natural History Museum, e autore senior di questo studio, afferma: “Questa ricerca dimostra in modo eccellente l’inesprimibile potenziale delle collezioni nell’utilizzare i dati storici per offrire nuove intuizioni sulle questioni ecologiche in corso. Questo metodo, attraverso il quale possiamo prevedere le risposte ecologiche alle variazioni delle condizioni ambientali, aiuterà i conservatori e i responsabili politici su come prepararsi al meglio agli effetti dell’emergenza planetaria.

    “100 Ma of turtle palaeoniche dynamics enables prediction of latitudinal range shifts in a warming world” sarà pubblicato dalla rivista Current Biology mercoledì 21 dicembre 2022. 
    DOI: 10.1016/j.cub.2022.11.056

    Questa ricerca è stata resa possibile grazie ai finanziamenti del NERC, dell’ERC e della borsa di studio Juan de la Cierva Formación 2020 finanziata dal ministero spagnolo della Scienza e dell’innovazione.

    PROFESSIONE PALEONTOLOGO

    Biblioteca Comunale Sperelliana
    Mostra Extinction. Prima e dopo la scomparsa dei Dinosauri

    presentano 

    PROFESSIONE PALEONTOLOGO quattro appuntamenti da non perdere, per conoscere attraverso racconti ed esperienze dirette il mestiere del paleontologo in tutte le sue varie forme.

    I paleontologi vanno in giro per il mondo alla ricerca di resti di vita del passato, compiono scavi, studiano i reperti ritrovati, si adoperano affinché essi vengano conservati e valorizzati. Infine si impegnano per trasmettere le conoscenze acquisite al grande pubblico, attraverso la realizzazione di libri, documentari, mostre e musei, anche collaborando con artisti che danno una forma più concreta e accessibile alle loro scoperte.

    In questo ciclo di conferenze ospitato a Gubbio, città che con le sue magnifiche stratificazioni rocciose è indissolubilmente legata alla celebre e drammatica estinzione dei dinosauri, andremo a conoscere da vicino questa varietà di esperienze che costituiscono la professione del paleontologo.

    Programma

    giovedì 15 dicembre 2022, ore 18:00, Biblioteca Comunale Sperelliana
    Ripensare Spinosaurus. Il gigante perduto del Cretacico
    a cura di Simone Maganuco, paleontologo e curatore della mostra Extinction di Gubbio

    giovedì 26 gennaio 2023, ore 18:00, Biblioteca Comunale Sperelliana
    In Africa alla ricerca delle origini dell’umanità
    a cura di Marco Cherin, palentologo e paleoantropologo, Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università degli Studi di Perugia

    giovedì 23 febbraio 2023, ore 18:00, Monastero San Benedetto (Mostra Extinction)
    Ricostruire mondi perduti
    a cura di Fabio Manucci, paleoartista e collaboratore della mostra Extinction di Gubbio

    giovedì 23 marzo 2023, ore 18:00, Monastero San Benedetto (Mostra Extinction)
    Polvere, ossa e altri misteri. Il dietro le quinte di uno dei più antichi musei geologici
    a cura di Michela Contessi, paleontologa, Conservatrice Collezione di Geologia “Museo Giovanni Capellini” SMA – Bologna.

    Professione Palentologo è un ciclo di incontri a cura del Paleontologo Simone Maganuco e promosso dalla Biblioteca Comunale Sperelliana e dalla Mostra Extinction. Prima e dopo la scomparsa dei dinosauri

    Con il patrocinio di:
    Comune di Gubbio
    Dipartimento di Fisica e Geologia dell’Università degli Studi di Perugia
    APPI – Associazione Paleontologica Paleoartistica Italiana

    I Dinosauri regnarono incontrastati fino alla caduta dell’asteroide

    Perché i dinosauri non aviani si estinsero mentre uccelli e mammiferi conquistarono la Terra

    I dinosauri erano al top dei loro ecosistemi fino a quando un asteroide non colpì la terra 66 milioni di anni fa, rivela un nuovo studio.
    Nuovi dettagli sull’ecologia dei dinosauri, in particolare lo studio degli habitat e delle catene alimentari di questi ambienti del passato, rivelano come gli ecosistemi di fine Cretacico godessero di piena salute prima di quell’impatto fatale che decretò la fine dell’era Mesozoica.

    Un’istantanea dall’estinzione: un esemplare di Triceratops prorsus si ciba di alcune foglie di cicadacee (Nilsonniacladus), spaventando un piccolo mammifero placentale (sinistra) e un marsupiale (destra), mentre una tartaruga dal guscio molle si arrampica su un tronco, inconsapevole che la sua ecologia dulcacquicola la salverà dall’apocalisse che di lì a poco giungerà dallo spazio.
    (Illustrazione © Henry Sharpe, utilizzata su licenza).

    Questi nuovi risultati, pubblicati sulla prestigiosa rivista internazionale Science Advances, forniscono le evidenze più robuste finora che questi animali preistorici furono colti nel pieno del loro splendore ecologico, e non fossero in declino prima che l’asteroide colpisse la Terra.

    Gli scienziati hanno a lungo dibattuto sul perché i dinosauri non aviani come il Tyrannosaurus rex e il Triceratops si estinsero mentre mammiferi e altre specie come tartarughe e coccodrilli sopravvissero all’estinzione di massa provocata dall’asteroide.
    Il nuovo studio, condotto da un gruppo internazionale di paleontologi, ha analizzato 1600 fossili provenienti dal Nord America, per ricostruire le reti trofiche e le abitudini ecologiche di tutti gli animali terrestri e di acqua dolce che vissero durante gli ultimi milioni di anni del Cretacico e i primi milioni di anni del Paleogene, il periodo seguente la grande estinzione.

    Evoluzione delle nicchie climatiche dei dinosauri (sopra) e degli altri vertebrati terrestri e d’acqua dolce fra Cretacico e Paleogene. I dinosauri non aviani (sopra) occuparono nicchie stabili mentre gli altri vertebrati (sotto) si adattavano come potevano a condizioni molto più instabili, cercando di evolvere adattamenti per compensare a fluttuazioni anche repentine del clima. Questo fattore potrebbe aver giocato un ruolo chiave nel determinare la sopravvivenza di questi gruppi a discapito dei dinosauri non-aviani, in quanto mammiferi, uccelli, coccodrilli, tartarughe e anfibi risultarono “preadattati” a cambiamenti radicali e repentini come quelli avvenuti alla fine del Cretacico.

    I paleontologi conoscono da tempo i piccoli mammiferi che vivevano ai piedi dei dinosauri. Quello che questa ricerca dimostra per la prima volta è che questi mammiferi stavano andando incontro ad una grande diversificazione ecologica, adattando dieta e abitudini a diversi ambienti, diventando dei componenti importanti dei loro ecosistemi fin dal Cretacico. Intanto, i dinosauri occupavano stabilmente le principali nicchie ecologiche, a cui erano straordinariamente ben adattati.

    A seguito della caduta del famoso meteorite e alla crisi biotica che ne seguì, i mammiferi non si avvantaggiarono solamente della scomparsa dei dinosauri non aviani, dicono gli esperti. I nostri antenati stavano già seminando il loro successo evolutivo attraverso questa marcata diversificazione ecologica, per esempio occupando nuove nicchie ecologiche ed evolvendo diete e comportamenti molto diversificati, adattandosi ai più repentini cambiamenti climatici.

    Primo autore dello studio, il Dr Jorge García-Girón, dell’Università di Oulu in Finlandia e dell’Università di León in Spagna, afferma: “Il nostro studio restituisce un nuovo quadro degli ecosistemi, reti alimentari e nicchie ecologiche degli ultimi ecosistemi con i dinosauri non-aviani e dei primi ambienti dominati dai mammiferi dopo l’estinzione di massa di fine Cretacico. Questo ci aiuta a risolvere uno dei più antichi misteri della paleontologia: perché tutti i dinosauri non aviani si estinsero, ma gli uccelli e i mammiferi no.”

    Co-primario dello studio, il Dr Alfio Alessandro Chiarenza, dal Dipartimento di Ecologia e Biologia Animale dell’Università di Vigo in Spagna, ha dichiarato: “Sembra che gli ultimi dinosauri godessero di un’ecologia stabile da milioni di anni che però ho fornito uno svantaggio quando l’asteroide cambiò le regole ecologiche in maniera inaspettata e improvvisa. Al contrario, animali come gli uccelli, i mammiferi, i coccodrilli e le tartarughe avevano già evoluto da tempo adattamenti a cambiamenti ambientali radicali e repentini, una sorta di ‘preadattamento’ che consentì a questi gruppi di sopravvivere quando le cose si misero male dopo la caduta dell’asteroide.”

    Dinamiche ecologiche attraverso l’intervallo fra fine Cretacico e inizio Paleogene. Durante il Campaniano (83.6–72.1 milioni di anni fa), i ruoli ecologici erano primariamente occupati da dinosauri di grandi dimensioni (sopra) mentre durante il Maastrichtiano (72.1–66 milioni di anni fa), le nicchie degli erbivori erano principalmente occupate da dinosauri di piccola e media taglia, al contrario dei predatori di grandi dimensioni, come il Tyrannosaurus rex che occupavano stabilmente un ruolo apicale nelle catenealimentari. Altri gruppi animali, come i mammiferi, subirono un’espansione ecologica graduale dal Campaniano e attraverso il Maastrichtiano, diversificandosi in tutte le nicchie ecologiche, che dominarono da 66 milioni di anni fa in poi. Gli ecosistemi di acqua dolce rappresentarono gli ambienti più stabili durante questo intervallo di tempo, rappresentando gli habitat meno perturbati durante l’episodio di estinzione di fine Cretacico e garantendo la sopravvivenza ai gruppi che li abitarono, come tartarughe, anfibi e coccodrilli.

    Il Professor Steve Brusatte, cattedratico di Paleontologia ed Evoluzione all’Università di Edimburgo in Scozia e coautore dello studio commenta: “Idinosauri erano nel pieno del loro successo ecologico, con ecosistemi stabili e fiorenti fin quando l’asteroide non ne determinò la repentina estinzione. Nel frattempo, i mammiferi avevano raggiunto un livello di diversificazione delle loro diete, ecologie e comportamenti già da quando condividevano il pianeta con questi imponenti rettili. Non si trattò solo di opportunismo dei mammiferi: i nostri antenati si costruirono la loro fortuna evolvendo ecologie variegate e adattabili ai più strani sconvolgimenti, una carta che si rivelò fortuita quando le nicchie ecologiche rimasero vacanti per la scomparsa dei dinosauri non-aviani.”

    La ricerca è stata finanziata dalla National Science Foundation Americana, dall’Accademia di Finlandia, il Next Generation European Research Council (ERC) Starting Grant della Comunità Europea, il programma di Ricerca e Innovazione “Horizon 2020” della Comunità Europea e dal fondo di ricerca Juan de la Cierva Formación 2020 del Ministero della Scienza e dell’Innovazione spagnolo.

    doi: 10.1126/sciadv.add5040

    Piccole grandi scoperte

    Se si pensa alle grandi scoperte paleontologiche, spesso si immaginano anche fossili enormi, scheletri completi e spettacolari di animali mitici che hanno accompagnato la nostra infanzia. Ma non sempre è così, per fortuna.

    Ricostruzione 3D ©Matt Humpage.

    Lo studio pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista Nature, e condotto dal Dottor Davide Foffa, Research Associate presso i National Museums Scotland, ci parla di un minuscolo rettile fossile del Triassico che fu scoperto per la prima volta oltre 100 anni fa nel nord-est della Scozia, e che, sottoposto oggi a nuove tecniche di indagine, si è rivelato essere un parente stretto delle specie che sarebbero diventate pterosauri, iconici rettili volanti dell’era dei dinosauri.
    Nell’ articolo appena pubblicato, il team di scienziati ha utilizzato la tomografia computerizzata (TC) per fornire la prima accurata ricostruzione di Scleromochlus taylori. I risultati rivelano nuovi dettagli anatomici che lo identificano definitivamente come un parente stretto degli pterosauri.
    Vissuti circa 240-210 milioni di anni fa, i lagerpetidi (gruppo di cui Scleromochlus fa parte) erano un gruppo di rettili relativamente piccoli, generalmente delle dimensioni di un gatto o di un cane di piccola taglia, ma Scleromochlus era più piccolo ancora, addirittura non superava i 20 centimetri di lunghezza!
    I risultati condotti su questo piccolissimo esemplare, supportano l’ipotesi che i primi rettili volanti si siano evoluti da antenati probabilmente bipedi e di dimensioni ridotte.
    La scoperta risolve un dibattito lungo un secolo. In precedenza, infatti, c’era stato disaccordo sul fatto che il rettile, Scleromochlus, rappresentasse un passo evolutivo nella direzione di pterosauri, dinosauri o qualche altra propaggine rettiliana. Tutto questo era dovuto al fatto che il reperto fossile ha un cattivo stato di conservazione all’interno del proprio blocco di arenaria, il che ha reso difficile studiarlo in maniera dettagliata prima di questo momento e di identificarne correttamente le caratteristiche anatomiche. Il fossile fa parte di un gruppo noto come i rettili di Elgin, che comprende esemplari del Triassico e del Permiano trovati nell’arenaria della regione del Morayshire, nel nord-est della Scozia, intorno alla città di Elgin.
    Il dottor Davide Foffa, Research Associate presso i National Museums Scotland e autore principale dell’articolo, ha affermato: “È emozionante poter risolvere un dibattito che va avanti da oltre un secolo, ma è molto più sorprendente poter vedere e capire un animale che visse 230 milioni di anni fa e il suo rapporto con i primi vertebrati volanti. Questa è un’altra scoperta che mette in evidenza il ruolo importante della Scozia nella documentazione fossile globale, e anche l’importanza delle collezioni museali che conservano tali esemplari, consentendoci di utilizzare nuove tecniche e tecnologie per continuare ad imparare da loro anche molto tempo dopo la loro scoperta”.
    Il Professor Paul Barrett, del Museo di Storia Naturale di Londra ha aggiunto: “I rettili di Elgin non sono conservati come gli scheletri incontaminati e completi che vediamo spesso nelle mostre dei musei. Sono principalmente rappresentati da calchi naturali delle loro ossa in arenaria e – fino a tempi abbastanza recenti – l’unico modo per studiarli era usare cera o lattice per riempire questi stampi e realizzare calchi delle ossa che un tempo li occupavano.Tuttavia, l’uso della TAC ha rivoluzionato lo studio di questi difficili esemplari e ci ha permesso di produrre ricostruzioni molto più dettagliate, accurate e utili di questi animali dal nostro profondo passato”. Infine, il professor Sterling Nesbitt (Virgina Tech) del team di ricerca ha dichiarato: “Gli pterosauri sono stati i primi vertebrati ad evolvere il volo e per quasi due secoli non abbiamo conosciuto i loro parenti più stretti. Ora possiamo iniziare a riempire la loro storia evolutiva con la scoperta di minuscoli parenti stretti che migliorano le nostre conoscenze su come vivevano e da dove venivano”.

    (Scleromochlus t. Artwork credit: Gabriel Ugueto)

    Oltre ai National Museums Scotland, al Natural History Museum e al Virginia Tech, lo studio ha coinvolto anche le università di Birmingham, Bristol ed Edimburgo, nonché l’Accademia Cinese delle Scienze.
    La Scozia ha rivendicato un’altra pietra miliare speciale nella storia degli pterosauri all’inizio di quest’anno con la presentazione di Dearc Sgithanach, un fossile insolitamente completo e ben conservato scoperto sull’isola di Skye e il più grande pterosauro conosciuto nel periodo giurassico.

    Premio Italiano di Paleoarte

    II Edizione

    L’Accademia Valdarnese del Poggio e il Museo Paleontologico di Montevarchi organizzano e promuovono il Premio Italiano di Paleoarte, ideato da Sante Mazzei, graphic designer e illustratore specializzato in illustrazione scientifica.

    Cos’è il Premio Italiano di Paleoarte

    Il Premio Italiano di Paleoarte è una competizione artistica il cui scopo è diffondere la conoscenza della Paleoarte, quale rappresentazione della vita preistorica con varie tecniche artistiche, offrendo anche una vetrina ai paleoartisti professionisti e aspiranti tali.

    Le opere inviate faranno parte di una mostra artistica che sarà inaugurata alla quinta edizione del “Paleofest. Il Festival della Preistoria”, organizzato dal Museo Paleontologico dell’Accademia Valdarnese del Poggio, che si svolgerà l’1 e 2 Ottobre 2022.

    Scadenza

    La competizione, con il conseguente invio delle opere da parte degli artisti, avrà inizio lunedì 2 Maggio 2022 e terminerà mercoledì 31 Agosto 2022.

    Tutti i lavori saranno valutati da una giuria composta da persone influenti della scena paleontologica italiana e internazionale.

    Esito e Premi

    Sono previsti un primo, secondo, terzo posto con relativo premio in denaro. È previsto un premio speciale per l’opera che otterrà più “mi piace” sulla pagina Facebook del Museo Paleontologico e che sarà annunciato dopo il Paleofest.

    In occasione del “Paleofest. Il Festival della Preistoria” saranno comunicati i nomi dei vincitori e verrà organizzata una premiazione ufficiale.
    Tutte le informazioni e i moduli necessari per partecipare al concorso sono scaricabili qui!

    Gli “heavy skeletons” dei cacciatori acquatici

    Si discute ancora molto sul fatto che Spinosaurus, con il suo straordinario adattamento acquatico, fosse un caso eccezionale tra i dinosauri mesozoici, dovuto anche ad un insieme di caratteristiche quali un muso allungato, piccole zampe posteriori con piedi palmati e una coda “pinnata” simile a quella degli attuali tritoni. Ma probabilmente non era tutto qui e forse non era l’unico dinosauro a sapersi muovere con grande agilità in acqua.

    Ossa dense e più compatte che in ogni altro dinosauro permettevano agli spinosauri di immergersi nei fiumi per cacciare sott’acqua le loro prede. © Illustrazione di Davide Bonadonna per l’articolo “Subaqueous foraging among carnivorous dinosaurs”, pubblicato oggi su Nature.

    Un team internazionale di paleontologi, tra cui spiccano gli italiani Matteo Fabbri (Field Museum di Chicago e primo autore dello studio), Cristiano Dal Sasso (Museo di Storia Naturale di Milano), Simone Maganuco e Marco Auditore (collaboratori del Museo di Milano) e Gabriele Bindellini (Università degli Studi di Milano), ha scoperto – e pubblica oggi su Nature – che le ossa degli spinosauridi erano tra le più dense e compatte di tutto il regno animale. Una zavorra naturale, che consentiva facili immersioni e dunque indica che questi dinosauri senza alcun dubbio, ben diversamente dagli altri, avevano uno stile di vita prevalentemente acquatico.
    Lo Spinosaurus è il più grande dinosauro carnivoro mai scoperto, anche più grande del T. rex, ma il modo in cui cacciava è stato oggetto di dibattito per decenni. È difficile indovinare il comportamento di un animale che conosciamo soltanto dai fossili; sulla base del suo scheletro, alcuni scienziati hanno proposto che Spinosaurus potesse nuotare, ma altri credono che si limitasse a cacciare in acque poco profonde come un airone. Dal momento che osservare l’anatomia degli spinosauridi non è stato sufficiente a risolvere il mistero e chiudere il dibattito, un gruppo di paleontologi ha pubblicato un nuovo studio sulla rivista scientifica Nature in cui viene presentato un nuovo approccio di studio: esaminare la densità delle loro ossa.
    Analizzando la densità delle ossa degli spinosauridi e confrontandole con altri animali come pinguini, ippopotami e alligatori, il team di ricerca ha scoperto che Spinosaurus e il suo parente stretto Baryonyx avevano ossa dense che probabilmente avrebbero permesso loro di immergersi sott’acqua per cacciare. Al contempo, un altro dinosauro appartenente sempre alla famiglia degli spinosauridi, Suchomimus, aveva invece ossa più leggere che avrebbero reso più difficile il nuoto, quindi probabilmente trascorreva più tempo a terra come altri dinosauri e pescava in acque poco profonde.
    “La documentazione sui fossili è complicata: tra gli spinosauridi, ci sono solo una manciata di scheletri parziali e non abbiamo scheletri completi per questi dinosauri. Altri studi si sono concentrati sull’interpretazione dell’anatomia, ma chiaramente interpretazioni così opposte riguardo le stesse ossa, sono un chiaro segnale che forse le sole caratteristiche anatomiche non rappresentano il metro più efficace per dedurre l’ecologia degli animali estinti” – dice Matteo Fabbri.

    Come tutti sappiamo, la vita ha avuto origine dall’acqua e la maggior parte dei gruppi di vertebrati terrestri contiene membri che vi sono tornati, ad esempio, mentre la maggior parte dei mammiferi vivono sulla terra ferma, ci sono balene e foche che vivono nell’oceano e altri mammiferi come lontre, tapiri e ippopotami che hanno un’ecologia semi-acquatica. Gli uccelli hanno pinguini e cormorani; i rettili hanno alligatori, coccodrilli, iguane marine e serpenti marini. Per molto tempo, i dinosauri non aviari sono stati l’unico gruppo non acquatico e anche se alcuni dinosauri presentano delle caratteristiche anatomiche tali per cui una vita acquatica era evidente, i paleontologi hanno continuato a dibattere se gli spinosauridi nuotassero effettivamente per il loro cibo o se si limitassero a rimanere nelle acque basse e ad immergere la testa per catturare le prede. Questo continuo dibattito ha portato il team di ricerca a trovare un altro modo per risolvere il problema.

    “L’idea per il nostro studio era, ok, chiaramente possiamo interpretare i dati sui fossili in modi diversi. Ma che dire delle leggi fisiche generali? Ci sono alcune leggi che sono applicabili a qualsiasi organismo su questo pianeta. Una di queste leggi riguarda la densità e la capacità di immergersi nell’acqua. In tutto il regno animale, la densità ossea è un indizio per capire se quell’animale è in grado di affondare sotto la superficie e nuotare. Abbiamo pensato, va bene, forse questo è il proxy che possiamo usare per determinare se gli spinosauridi fossero effettivamente acquatici”, dice Fabbri.

    Allargando il confronto a uccelli volatori, dinosauri tipicamente terrestri e rettili marini, gli animali che hanno le ossa più dense e compatte sono sempre quelli legati alla vita in acqua. Questa correlazione è evidente soprattutto nei femori, ma anche nelle costole e nel resto dello scheletro, rivela oggi Nature. © Matteo Fabbri per Nature.

    I ricercatori hanno messo insieme un set di dati di sezioni trasversali di femore e costole di 250 specie di animali estinti e viventi, sia marini che terrestri. Hanno poi confrontato queste sezioni trasversali con quelle di Spinosaurus e dei suoi parenti Baryonyx e Suchomimus. Lo studio è stato suddiviso in due fasi: prima capire se c’è effettivamente correlazione universale tra densità ossea ed ecologia e successivamente dedurre gli adattamenti ecologici nei taxa estinti. In sostanza, il team ha dovuto applicare questo metodo su animali che sono ancora vivi e che sappiamo per certo essere acquatici o meno, e poi applicarlo allo stesso modo su animali estinti che non possiamo osservare nel loro ambienti. Per fare ciò è stato volutamente scelto un campione con un’altissima varietà di caratteristiche, sono stati inclusi animali come foche, balene, elefanti, topi, colibrì, dinosauri di diverse dimensioni, rettili marini estinti come mosasauri e plesiosauri, animali che pesano diverse tonnellate e animali che pesano solo pochi grammi.
    Tutta questa varietà ha rivelato un chiaro legame tra densità ossea e comportamento acquatico nella ricerca del cibo: gli animali che si immergono sott’acqua per trovare da mangiare hanno ossa quasi completamente solide ovunque, mentre le sezioni trasversali delle ossa degli abitanti di terraferma assomigliano più a ciambelle, con cavità al centro. “C’è una correlazione molto forte e il miglior modello esplicativo che abbiamo trovato è stato nella correlazione tra la densità ossea e gli animali che si immergono nell’acqua per procacciarsi il cibo. Ciò significa che tutti i “cacciatori acquatici” hanno queste ossa dense, e questa è stata la grande notizia di questa ricerca”, ​​afferma Fabbri.

    Confrontando i femori sezionati di uccelli e dinosauri carnivori si vede chiaramente che la cavità interna è più ridotta nelle specie adattate a uno stile di vita semiacquatico (dall’alto: kiwi, tirannosauro, sucomimo, pinguino, spinosauro). © Davide Bonadonna, Prehistoric Minds.

    Quando i ricercatori hanno applicato questo paradigma alle ossa degli spinosauridi, hanno scoperto che Spinosaurus e Baryonyx avevano entrambi ossa dense associate alla piena immersione. Allo stesso tempo invece, il loro parente Suchomimus aveva ossa più cave. Viveva ancora in prossimità dell’acqua e mangiava pesce, come dimostrano il muso simile a un coccodrillo e i denti conici, ma in base alla sua densità ossea, in realtà non era un nuotatore. “L’aver trovato ossa compatte anche in Baryonyx, che a differenza di Spinosaurus non aveva ancora evoluto particolari caratteristiche fisiche per il nuoto, è stata la prova che l’acquisizione di uno scheletro più denso ha rappresentato il primo passo per la conquista dell’acqua, anche nei dinosauri”, dice Simone Maganuco.

    Tra gli spinosauridi, in base alla densità delle ossa il genere Spinosaurus risulta quello più adatto ad immergersi in acqua, ma Baryonyx sembra già ben predisposto, nonostante abbia uno scheletro ancora poco modificato per il nuoto. © Marco Auditore per Nature.

    Anche altri dinosauri, come i giganteschi sauropodi dal collo lungo, avevano ossa dense, ma i ricercatori non pensano che ciò significasse che erano dei nuotatori. “Animali molto pesanti come elefanti e rinoceronti, e come i dinosauri sauropodi, hanno ossa degli arti molto dense, perché c’è molto stress sugli arti. Detto questo, le altre ossa sono piuttosto leggere. Ecco perché era importante per noi esaminare una varietà di ossa di ciascuno degli animali nello studio”. E sebbene ci siano dei limiti a questo tipo di analisi, i ricercatori sono entusiasti della possibilità che questo studio parli di come vivevano i dinosauri. “Una delle grandi sorprese di questo studio è stata quanto fosse raro il foraggiamento subacqueo per i dinosauri e che anche tra gli spinosauridi il loro comportamento fosse molto più vario di quanto pensassimo“, afferma Fabbri. “I dati indicano che gli adattamenti alla vita anfibia comparvero negli spinosauridi all’inizio del Cretaceo, tra 145 e 100 milioni di anni fa, differenziandoli dai grandi dinosauri carnivori terrestri già nel Giurassico”, conclude Gabriele Bindellini.

    Doveva essere anche un discreto sub, dicono ora le sue ossa molto dense… © Davide Bonadonna per l’articolo “Subaqueous foraging among carnivorous dinosaurs”, pubblicato oggi su Nature.

    Infine, lo studio mostra quante informazioni possono essere raccolte da campioni incompleti: “La buona notizia con questo studio è che ora possiamo superare il concetto per cui è necessario conoscere il più possibile sull’anatomia di un dinosauro per conoscere la sua ecologia, perché dimostriamo che ci sono altri proxy affidabili da poter usare. Se troviamo una nuova specie di dinosauro e abbiamo solo poche ossa, è possibile creare un set di dati per calcolare la densità ossea e dedurre almeno se fosse acquatico o meno”.
    Lo studio, che si è svolto nei laboratori e nelle collezioni dei musei naturalistici di mezzo mondo, coinvolgendo un team di ricerca internazionale è stato oggi pubblicato sulla rivista Nature.
    Qui il link Link per l’articolo.: https://www.nature.com/articles/s41586-022-04528-0

    5° Ciclo di Conferenze – L’Impero dei Dinosauri

    Quinto ciclo di incontri e conferenze organizzati in occasione della mostra “L’Impero dei Dinosauri”, in collaborazione con Sapienza Università di Roma – presso il Museo dell’Orto Botanico di Roma


    Sabato 12 marzo h 16,00: Jacopo Conti (Paleontologo) – Aranciera dell’Orto Botanico di Roma 
    Gli orsi pleistocenici della Penisola Italiana


    Sabato 19 marzo h 15,00: Diego Matterelli ed Emanuela Pagliari  (Divulgatori scientifici) – Aranciera dell’Orto Botanico di Roma – 
    Il Triceratopo Rosa
    Presentazione del libro


    Sabato 26 marzo h 16,00: Federico Fanti (Paleontologo – Alma Mater Studiorum Bologna) – Aranciera dell’Orto Botanico di Roma –
     Il cacciatore di Dinosauri
    Presentazione del libro

    4° Ciclo di Conferenze – L’Impero dei Dinosauri

    Quarto ciclo di incontri e conferenze organizzati in occasione della mostra “L’Impero dei Dinosauri”, in collaborazione con Sapienza Università di Roma – presso il Museo dell’Orto Botanico di Roma

    Sabato 19 febbraio h 16,00: Donatella Magri (Botanica)- Aranciera dell’Orto Botanico di Roma 
    Piante e Paesaggi Scomparsi

    Venerdì 25 febbraio h 16,30: Simone Maganuco  (Paleontologo) – Aula Lucchesi Dip. Scienze della Terra – Sapienza Università di Roma –
    Ripensare Spinosaurus

    Sabato 26 febbraio h 16,00: Fabio Attorre (Botanico – Direttore Orto Botanico) – Aranciera dell’Orto Botanico di Roma –
     L’Orto Botanico di Roma tra Passato e Futuro

    3° Ciclo di Conferenze – L’Impero dei Dinosauri

    Terzo ciclo di incontri e conferenze organizzati in occasione della mostra “L’Impero dei Dinosauri”, in collaborazione con Sapienza Università di Roma – presso il Museo dell’Orto Botanico di Roma

    Martedì 11 gennaio 2022 h 16,30

    Aula Lucchesi – Dip. di Scienze della Terra – Sapienza Università di Roma
    Evoluzione di adatamenti acquatici tra i dinosauri predatori cretacici

    con Matteo Fabbri – Paleontologo

    Martedì 18 gennaio 2022 h 16,30
    Aula Lucchesi – Dip. di Scienze della Terra – Sapienza Università di Roma
    Il Lazio negli ultimi 3 milioni di anni
    con Luca Bellucci – Paleontologo

    Sabato 22 gennaio2022 h 15,30
    Arancera dell’Orto Botanico di Roma
    Piante e paesaggi scomparsi
    con Donatella Magri – Botanica

    Sabato 29 gennaio 2022 h 15,30
    Arancera dell’Orto Botanico di Roma
    Sulle orme dei dinosauri: le tracce che i grandi rettili del Mesozoico hanno lasciato nl nostro Paese
    con Fabio Petti – Geologo

    E’ possibile partecipare agli incontri in modalità mista. Tutti gli eventi si svolgeranno in diretta sulla pagina dell’Associazione APPI.
    Per la partecipazione in presenza presso le sedi universitarie cliccare qui
    Per accedere agli spazi dell’Orto Botanico si ricorda che è necessario essere in possesso di Green Pass a partire dai 12 anni di età.