• Saltriovenator in Carne e Ossa

    Con i suoi 8 metri di lunghezza, il modello iperrealistico a grandezza naturale,
    promosso dal Museo di Storia Naturale di Milano, Comune di Milano-Cultura e realizzato da Geo-Model, sarà esposto in via permanente a partire da oggi 22 luglio presso i Giardini Montanelli a Milano.

    Dopo 200 milioni di anni, il primo e unico dinosauro lombardo rivive in una scultura stupefacente e diventa una icona rappresentativa del Museo e delle collezioni che custodisce ed espone. Una posa vigile e non aggressiva, un passo naturale nel verde di una aiuola. A lato della scalinata che si affaccia su Corso Venezia, il dinosauro rappresenta nel contempo un richiamo alla visita delle ricche raccolte naturalistiche del Museo di Storia Naturale di Milano, che è il più antico museo civico e il più grande del genere in Italia.

    Iperrealismo del modello di Saltriovenator zanellai. Lavorazione di Alessandro Ambrosini/Geo-Model, foto di Cristiano Dal Sasso.

    Nel 1996 in una cava di Saltrio (Varese) Angelo Zanella scoprì un fossile eccezionale. Poche ossa ma significative, che indicavano una specie nuova per la scienza: il primo dinosauro lombardo si rivelò essere anche il più grande dinosauro carnivoro del Giurassico inferiore e il più antico rappresentante al mondo del gruppo dei Ceratosauri. Dati questi record, alla fine del 2018 la prestigiosa rivista scientifica internazionale PeerJ pubblicò un articolo scientifico che descriveva in dettaglio Saltriovenator zanellai. L’idea di realizzare una ricostruzione dell’intero animale in grandezza naturale fu consequenziale.

    “Questa bella iniziativa di comunicazione è in realtà il frutto del lavoro di ricerca dei nostri istituti scientifici e museali, in particolare dei nostri paleontologi che, oltre a riconoscere il fossile del dinosauro durante gli scavi, hanno collaborato alla sua realizzazione in modo che fosse il più rispondente possibile ai risultati scientifici” – ricorda Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano.

    “Con quelle orme che lascia dietro di sé e lo sguardo curioso che ti segue da tutte le angolazioni sembra davvero vivo”- dice Cristiano Dal Sasso, paleontologo del Museo di Storia Naturale di Milano, Comune di Milano – Cultura, che ha supervisionato il progetto poi realizzato con precisione stupefacente da Geo-Model di Mauro Scaggiante.

    “Non sono mancate le difficoltà ma grazie a un attento lavoro di squadra siamo riusciti a venirne a capo” – afferma Mauro Scaggiante, titolare di Geo-Model. “Riportare in vita gli animali del passato è un lavoro appassionante, che unisce scienza e arte” – aggiunge Simone Maganuco, paleontologo e consulente scientifico per Geo-Model.

    Come rinasce un dinosauro

    Nelle forme, nelle proporzioni e nei dettagli il modello installato nei Giardini Montanelli è di qualità museale in quanto riproduce fedelmente le caratteristiche anatomiche descritte dai paleontologi nell’articolo scientifico di riferimento (https://peerj.com/articles/5976/). Riproduce un Saltriovenator adulto e dunque è lungo 750 cm, ha una altezza al bacino 220 cm e una coda di 340 cm, mentre la testa misura 80 cm.

    Geo-Model di Mauro Scaggiante è una azienda privata tutta italiana, ormai apprezzata nel mondo per la qualità delle sue ricostruzioni di dinosauri e altri animali preistorici. La realizzazione finale di Saltriovenator, seguita passo dopo passo dai paleontologi Cristiano Dal Sasso e Simone Maganuco, è in vetroresina ad alta resistenza ma deriva da un lungo lavoro, iniziato al computer con una modellazione digitale in 3D (opera del paleoartista Davide Bonadonna), poi trasformata in oggetto fisico a grandezza naturale: un sofisticato robot a controllo numerico (Bat-Tech Italia) ha scolpito una maquette in polisitirene. Questa è stata poi rivestita di plastilina e scolpita a mano in tutti i dettagli della pelle da cinque modellisti (Alessandro Ambrosini, Denise Boccacci, Andrea Leanza, Andrea Masi e Francesca Penzo), sotto la scrupolosa direzione artistica di Scaggiante.
    Dai calchi di questa scultura, realizzati dai ragazzi dello staff con l’aiuto di Maurizio Ceolin, si sono ricavati i positivi in vetroresina, che sono stati assemblati su un basamento in ferro con finitura Corten tramite giunti interni di sostegno in acciaio (sempre a opera di Bat-Tech Italia).
    La scultura assemblata al basamento e alla fascia didascalica pesa quasi 2 tonnellate, tanto che per trasportarla e posizionarla è servita una gru. Sul basamento sono state impresse orme identiche a quelle ritrovate fossilizzate nei dintorni di Rovereto, che sono state attribuite a dinosauri analoghi a Saltriovenator, vissuti nello stesso periodo geologico: l’inizio del Giurassico. Sulla pelle la colorazione è stata fatta squama per squama, sempre a mano, da Alessandro Ambrosini. Gli occhi sono stati realizzati su misura.

    La didascalia con il nome del dinosauro, dedicato al suo scopritore Angelo Zanella, è stata incisa a laser.
    Il codice QR posizionato lungo la recinzione permette di accedere a testi e contenuti multimediali che spiegano il “dietro le quinte” della realizzazione.

    Angelo Zanella (scopritore del fossile) accanto ad una silhouette di Saltriovenator: in rosso le ossa recuperate, in bianco quelle mancanti. Il genere affine Ceratosaurus è stato usato per ricostruire le parti mancanti dello scheletro. Disegno di Marco Auditore, foto di Gabriele Bindellini.

    “Con un certo orgoglio siamo felici di ricordare che non solo la specie del dinosauro, ma anche l’intero progetto del suo “ritorno in vita” è rigorosamente Made in Italy. La speranza di tutti coloro che hanno lavorato a questo progetto è che negli anni a venire questa ricostruzione possa essere d’ispirazione per tanti visitatori, grandi e piccoli, così come lo è stato e continua a esserlo il modello di triceratopo custodito nelle sale del Museo.” – è la dichiarazione unanime dell’intero gruppo di lavoro

    I numeri del modello

    Ci sono voluti quasi 9 mesi dal primo bozzetto alla finitura dell’ultimo particolare: un’impresa alla quale hanno partecipato 15 persone tra paleontologi, illustratori, modellatori, scultori, decoratori, artigiani, operai, ingegneri, grafici e manovratori.

    Per la realizzazione di Saltriovenator sono stati utilizzati:
    – 8 metri cubi di polistirene
    – 150 kg di plastilina
    – 20 kg di silicone per stampi
    – 500 kg di resina poliestere
    – 100 kg di fibra di vetro
    – 5 kg di vernici in vari colori
    – 1500 kg di ferro

    Per la parte tecnologica sono stati impiegati:
    – hardware e software per la modellazione 3D del dinosauro e la progettazione del suo basamento
    – stampante 3D per produrre i prototipi (modellini) in scala ridotta
     – robot a controllo numerico per la fresatura in scala 1 a 1 dei volumi di polistirene
    – laser per il taglio delle lamiere e l’incisione della didascalia

    Particolare della modellazione della pelle sullo strato di plastilina. Eseguita a mano, squama per squama, ha richiesto tre mesi. Lavorazione di Geo-Model, foto di Cristiano Dal Sasso.

    Ulteriori immagini qui: https://museodistorianaturalemilano.it/press

    Contatti
    Cristiano Dal Sasso, MSNM: cristiano.dalsasso@comune.milano.it
    Simone Maganuco, Geo-Model: simonemaganuco@iol.it
    Ufficio Stampa Comune di Milano: elenamaria.conenna@comune.milano.it

    Premio Italiano di Paleoarte

    L’Accademia Valdarnese del Poggio e il Museo Paleontologico di Montevarchi organizzano e promuovono il Premio Italiano di Paleoarte, ideato da Sante Mazzei, graphic designer e illustratore specializzato in illustrazione scientifica.

    Cos’è il Premio Italiano di Paleoarte

    Il Premio Italiano di Paleoarte è una competizione artistica il cui scopo è quello di diffondere la conoscenza della Paleoarte, quale rappresentazione della vita preistorica attraverso varie tecniche artistiche, offrendo al tempo stesso una vetrina ai paleoartisti professionisti e aspiranti tali.

    Le opere inviate faranno parte di una mostra artistica che sarà inaugurata al pubblico in occasione della quarta edizione del Paleofest. Il Festival della Preistoria, organizzato dal Museo Paleontologico dell’Accademia Valdarnese del Poggio, che si svolgerà il 2 e 3 Ottobre 2021.

    Scadenza

    La competizione, con il conseguente invio delle opere da parte degli artisti, avrà inizio martedì 15 Giugno 2021 e terminerà mercoledì 15 Settembre 2021.

    Tutti i lavori saranno valutati da una giuria composta da persone influenti della scena paleontologica italiana e internazionale.

    Esito e premi

    Sono previsti un primo, secondo, terzo posto con relativo premio in denaro. È inoltre previsto un premio speciale per l’opera che otterrà più “mi piace” sulla pagina Facebook del Museo Paleontologico.

    In occasione del Paleofest. Il Festival della Preistoria saranno comunicati i nomi dei vincitori e verrà organizzata una premiazione ufficiale.

    Tutte le informazioni per partecipare al concorso sono contenute nel regolamento che è possibile scaricare tramite questo link.


    The Accademia Valdarnese del Poggio and the Paleontological Museum of Montevarchi organise and promote the Italian Award for Paleoart (Premio Italiano di Paleoarte), conceived by Sante Mazzei, graphic designer and illustrator specialised in scientific illustration.

    What is the Italian Award for Paleoart?

    The Italian Award for Paleoart is an art competition whose aim is to spread the knowledge of Paleoart, as a representation of prehistoric life through various artistic techniques, offering at the same time a showcase to professional and aspiring paleoartists.

    The works submitted for the competition will then create an art exhibition that will be inaugurated at the Fourth Edition of the Paleofest. Il Festival della Preistoria, organised by the Paleontological Museum of the Accademia Valdarnese del Poggio, on October 2nd and 3rd 2021.

    Deadline

    he competition, with the subsequent submission of works by the artists, will begin Tuesday the 15th of June 2021 and will end Wednesday the 15th of September 2021.

    All works will be judged by a jury composed of influential names from the Italian and international paleontological scene.

    Outcome and prizes

    First, second and third place will be awarded a cash prize. There will also be a special prize for the work that gets the most “likes” on the Paleontological Museum’s Facebook page.

    On the occasion of the Paleofest. Il Festival della Preistoria, the names of the winners will be announced and an official award ceremony organised.

    All information on how to take part in the competition are contained in the guidelines, which can be downloaded from this link.


    Organizzazione, promozione e ideazione:

    Museo Paleontologico di Montevarchi

    Accademia Valdarnese del Poggio

    Sante Mazzei – Paleoarte

    Con il Patrocinio di:

    APPI – Associazione Paleontologica e Paleoartistica Italiana

    “I seguiti sono intrinsecamente imprevedibili”

    Eccoci arrivati all’ultimo giorno di un anno che difficilmente dimenticheremo. 

    Questo 2020, che ormai volge al termine, lascia in ognuno di noi tracce di esperienze che certamente non avremmo mai pensato di vivere. Molte cose sono cambiate non solo nei rapporti con le atre persone, ma anche nella nostra quotidianità e nel nostro lavoro.

    Penso soprattutto ai bambini e ai ragazzi, a come l’interruzione delle attività scolastiche, sociali e ludiche hanno condizionato fortemente le loro vite. E’ stato un anno caratterizzato da chiusure e blocchi, un anno durante il quale molte attività e progetti non hanno visto la luce, ma questo 2020 è stato anche un periodo di grandi riflessioni, forse doverose in un mondo sempre più frenetico.

    Le crisi sono da sempre periodi di straordinaria accelerazione del progresso, e “riprendere fiato” ci ha dato l’opportunità di riflettere su quanto la scienza e le innovazioni tecnologiche siano importanti nella nostra vita e a quanto sia fondamentale, per la crescita di ognuno di noi, la Comunità. Sono state numerose le collaborazioni internazionali e le importanti novità che questo 2020 ha portato anche in ambito paleontologico: abbiamo scoperto che zone alle alte latitudini, come l’Alaska, non erano solo terre di passaggio ma luoghi in cui i dinosauri allevavano la loro prole; che i primi dinosauri nelle fasi riproduttive, avevano un comportamento più simile ai rettili che ai loro discendenti (gli uccelli);“risolto” il Cold Case che 66 milioni di anni fa causò l’estinzione più famosa della Storia della Terra, quandol’impatto dell’asteroide provocò un lungo inverno, i cui effetti hanno decimato gli ambienti ottimali per l’ecologia di molti gruppi di animali, e scagionato definitivamente il vulcanesimo; infine, un “colpo di coda”. Gli scavi dell’ultima campagna paleontologica nel Sahara marocchino hanno portato alla luce i resti fossili di una coda quasi completa di Spinosaurus.Questo fatto è importante anche in termini evolutivi, perché conferma che i dinosauri, animali prevalentemente di terraferma, oltre ad aver conquistato i cieli con il sottogruppo degli uccelli, si erano spinti anche in acqua, con il sottogruppo degli spinosauri. 

    Cosa ci riserverà questo 2021 alle porte? Non amo fare troppe previsioni e in questi momenti mi torna sempre in mente Ian Malcom: “I seguiti sono intrinsecamente imprevedibili”. 

    Buone scoperte a tutti voi. Buon 2021!

    Anna Giamborino
    Presidente Associazione Paleontologica A.P.P.I.

    PODCAST: L’Estinzione dei Dinosauri

    A cura di Co.scienza
    https://trascienzaecoscienza.wordpress.com/


    L’episodio proposto riguarda l’estinzione di massa che 66 milioni di anni fa ha visto i protagonisti più celebri del Mesozoico: i dinosauri.
    PODCAST su Spotify

    L’asteroide, colpendo la piattaforma carbonatica dello Yucatán, con il conseguente rilascio di grandi quantità di particelle e gas nell’atmosfera, ha bloccato la radiazione solare e causato così condizioni di inverno permanente.
    Anche le eruzioni vulcaniche dei Trappi del Deccan, nell’attuale India, produssero notevoli quantità di polveri e gas, ma con effetti su scale diverse rispetto all’impatto extraterrestre. Diversi studi hanno dimostrato come le emissioni di gas serra da queste province magmatiche abbiano probabilmente causato diversi episodi di riscaldamento globale, prima, durante e dopo l’estinzione di massa.
    Ai microfoni il paleontologo Alessandro Chiarenza, autore dello studio pubblicato poche settimane fa sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences)

    Master in Comunicazione delle Scienze

    Fino al 2 ottobre 2020 saranno aperte le iscrizioni al XX corso del Master in Comunicazione delle Scienze dell’Università di Padova

    Il “Master in Comunicazione delle Scienze” ha l’obiettivo di formare professionisti della comunicazione pubblica della scienza e della tecnologia in grado di operare in molteplici settori:
    – giornalismo scritto, radiofonico, televisivo e su internet;

    – comunicazione istituzionale e d’impresa;
    – editoria tradizionale e multimediale;
    – musei e mostre scientifiche;
    – promozione e gestione di iniziative di diffusione di cultura scientifica.

    Le attività formative, tenute da novembre 2020 a luglio 2021 nei giorni di venerdì (l’intera giornata) e sabato (mattina), comprendono: lezioni, laboratori, esercitazioni e seminari. Inoltre fa parte integrante delle attività formative un tirocinio professionalizzante (stage) di 200 ore presso aziende, enti e istituzioni convenzionate, da svolgere tra gennaio e giugno 2021.

    La peculiarità del Master è quella di offrire a studenti provenienti da diversi ambiti disciplinari e professionali (scientifici, tecnici e umanistici) la maturità culturale necessaria e gli strumenti operativi adeguati per acquisire e trasmettere informazioni sugli attuali sviluppi della scienza e della tecnica in modo comprensibile e rigoroso, per interagire efficacemente con i protagonisti della ricerca nei vari campi, per organizzare le strutture finalizzate alla comunicazione istituzionale, per promuovere e gestire iniziative di diffusione della cultura scientifica.

    Gli studenti vengono preparati a lavorare nell’ambito di vari media, da quelli più tradizionali ai servizi di rete sociale (social network), a predisporre e gestire piani di comunicazione per enti di ricerca e istituzioni, pubbliche o private, quali le università e le scuole, le strutture sanitarie, i musei scientifici e i “science center”, le imprese. Il confronto tra studenti provenienti da aree disciplinari diverse arricchisce l’esperienza formativa.

    I docenti del master sono specialisti attivi a livello universitario o sul campo (in particolare, direttori di istituzioni scientifiche, giornalisti, direttori e conservatori dei musei) scelti per preparazione ed esperienze specifiche.

    È possibile frequentare anche il corso singolo “Comunicazione digitale e social media”.

    Per l’ammissione si richiede almeno una laurea triennale, o di vecchio ordinamento, in qualsiasi ambito disciplinare scientifico, tecnico o umanistico. Il superamento del corso dà diritto a 60 crediti.

    Ulteriori informazioni sul Master e sulle modalità d’iscrizione si trovano alle pagine http://mcs.fisica.unipd.it e http://www.unipd.it/comunicazione-scienze, e sulla pagina facebook mcsunipd.

    Locandina_20_21 Master in Comunicazione delle Scienze

     

    Una Domenica con Dino

    In occasione dell’evento organizzato a Rovereto dall’Associazione Paleontologica APPI Dinosauri in Carne e Ossa, tutte le domeniche, a partire dal 12 luglio e fino al 27 settembre potrai vivere un’esperienza a tutto tondo nel Giurassico!

    L’appuntamento è alle 9 ai Lavini di Marco con gli esperti della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Dopo la visita al sito paleontologico e una pausa per il pranzo, si accede alla mostra. Il ritrovo davanti all’ex Asilo della Manifattura di Borgo Sacco è alle 15:30, ingresso previsto alle 15.45.

    Durante la visita al sito paleontologico dei Lavini di Marco saranno presentate le orme e le piste maggiori, raccontate attraverso “tappe tematiche” la geologia e l’evoluzione della regione. A seguire, l’esperienza si concluderà con la visita alla mostra Dinosauri in Carne e Ossa, presso il Parco dell’ex Asilo Nido Manifattura di Borgo Sacco.
    Protagonisti, i giganteschi dinosauri dominatori dell’Era Mesozoica, come il Tirannosauro e il Diplodoco, e tante altre specie vissute in un arco di tempo di 200 milioni di anni, fino ai giorni nostri: alcune altrettanto iconiche, come il Mammut e la tigre dai denti a sciabola, simboli dell’era glaciale, altre più piccole o meno note, ma non per questo meno evocative di Mondi primordiali oggi scomparsi.

    Prenota entro le ore 18 del martedì precedente l’uscita scrivendo a info@visitrovereto.it
    www.visitrovereto.it/vivi/eventi/dinosauri-in-carne-ed-ossa/

    Un Pulcino in Alaska

    Una mandibola fossile dal Circolo Polare Artico dell’Alaska rivela nuove informazioni sull’identità di un nuovo dinosauro carnivoro e sulle abitudini non migratorie di questi animali del passato.

    Un frammento di mandibola dall’Alaska rappresenta un raro esemplare di dinosauro dromeosauride dall’Artico, secondo lo studio pubblicato oggi sulla rivista scientifica PLOS ONE da un gruppo di ricerca guidato dal paleontologo italiano Alfio Alessandro Chiarenza (University College London e Imperial College London, UK).
    Il team include Anthony Fiorillo (Southern Methodist University, Texas), Ron Tykoski e Dori Contreras (Perot Museum of Nature and Science, Texas), Paul McCarthy (University of Alaska, Fairbanks, Alaska), Peter Flaig (University of Texas at Austin, Texas).

    Arctic Raptor Jaw_©A. Chiarenza


    I Dromeosauridi furono un gruppo di dinosauri predatori vicini evolutivamente agli uccelli, comprendente specie iconiche come il Deinonychus e il Velociraptor (resi popolari dal celebre film Jurassic Park del 1993 e successivamente dal film di animazione Dinosauri, 2000). Questi teropodi vivevano in diversi continenti, ma le loro ossa spesso piccole e delicate, raramente si conservano nel record fossile, complicando gli sforzi degli studiosi di ricostruire la loro storia evolutiva e la loro distribuzione fra i diversi continenti.

    Dalla formazione geologica Prince Creek, nel nord dell’Alaska, proviene la più grande collezione di dinosauri polari al mondo, datati intorno a 70 milioni di anni, ma fino a questo momento gli unici fossili rinvenuti attribuibili a dromeosauri erano rappresentati soltanto da pochi denti isolati e frammentari. Questa porzione di mandibola lunga appena 14 mm, e che preserva la punta anteriore dell’osso, è il fossile più completo proveniente da queste latitudini. Le analisi anatomiche e statistiche indicano che questo fossile apparteneva a uno stretto parente del dromeosauro nordamericano Saurornitholestes.

    Si pensa che i dromeosauri provenissero dall’Asia, e che abbiano raggiunto successivamente il Nord America quando l’Alaska rappresentava un ponte naturale per la migrazione delle specie fra questi due continenti.
    Il nuovo fossile è un importante tassello nella comprensione di quei dinosauri che nel tardo Cretacico vivevano a queste latitudini estreme.

    Inoltre, lo stadio di crescita dell’individuo rappresentato da questo fossile, verificabile grazie alle dimensioni e alla struttura del tessuto osseo fossilizzato, ci suggerisce che l’animale era probabilmente nato da poco e verosimilmente nella zona circostante.

    Details of the fossil jaw from the Alaska Dromaeosaurid dinosaur


    A differenza di quel che si pensava in passato, e che vedeva l’Alaska come un territorio di passaggio perché climaticamente “ostile”, queste evidenze suggeriscono che nonostante il freddo e almeno quattro mesi annui di totale oscurità (alla fine del Cretacico l’intera area si trovava più a nord dell’attuale, tra gli 80° e i 90° lat.), i dinosauri vi si stabilissero e che trovassero le condizioni ambientali favorevoli alla riproduzione e allo sviluppo.

    Fossil Site Map


    “Se i giovani di questi dinosauri sono stati rinvenuti in quest’area, significa che queste specie dovevano spendere molto tempo nella zona per potersi accoppiare, nidificare e crescere. I pulcini di dinosauro probabilmente non erano fisicamente in grado di migrare per migliaia di chilometri nelle latitudini più meridionali, e questo ci fornisce indicazioni indirette sul fatto che questi animali erano probabilmente residenti perenni dell’Artico preistorico.” Rivela il coautore dello studio Dr Anthony Fiorillo.

    «Questo ritrovamento è particolarmente eccezionale in quanto vi è una particolare difficoltà a reperire fossili di ossa così sottili e delicate, poiché, data la loro fragilità, vengono distrutte dagli agenti esterni ben prima della fossilizzazione. Ancor più raro è trovarne di esemplari così giovani. Possiamo dire quindi che si tratta del classico caso di un ago in un pagliaio». Dice il Dr Alessandro Chiarenza, primo autore dello studio.

    I risultati di questa ricerca sono pubblicati oggi nella rivista scientifica internazionale open access PLOS ONE.

    Chiarenza A.A., Fiorillo A.R., Tykoski R.S., McCarthy P.J., Flaig P.P., Contreras D.L. 2020.
    The first juvenile dromaeosaurid (Dinosauria: Theropoda) from Arctic Alaska.
    PLOS ONE. DOI: 10.1371/journal.pone.0235078

    In copertina: Illustrazione scientifica da parte del paleoartista Andrey Atuchin che mostra il pulcino di dromeosauro sul ramo vicino ad un adulto, mentre un esemplare subadulto insegue un topo marsupiale (Unnuakomys hutchisoni). Alcuni individui del ceratopside Pachyrhinosaurus perotorum riposano sullo sfondo.

    Il Lato “Soft” dei Dinosauri

    La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature e condotta da Mark Norrel, dell’American Museum of Natural History, che vede anche il coinvolgimento di Jasmina Wiemann e del paleontologo italiano Matteo Fabbri (Yale University), ha dimostrato che le prime uova di dinosauro erano soffici!

    Come per i coccodrilli, stretti parenti dei dinosauri mesozoici, e per gli uccelli, loro discendenti, si è sempre pensato che le uova dei dinosauri fossero dure, cioè con un guscio calcificato. I loro resti fossili sono particolarmente rari, ma le testimonianze giunte finora non lasciavano dubbi: le uova dei grandi rettili del passato un guscio rigido e spesso come quelle della maggior parte dei rettili moderni e degli uccelli.

    Il guscio duro è un elemento che isola e costituisce una barriera protettiva per l’embrione dai microorganismi esterni e dall’essiccazione. I rettili, hanno infatti sviluppato questo tipo di guscio poiché l’ambiente terrestre presenta delle condizioni ambientali più “difficili” rispetto a quelle dell’ambiente acquatico, e questo ostacolerebbe lo sviluppo dell’embrione stesso.

    Ma la ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature e condotta da Mark Norrel, dell’American Museum of Natural History, e che vede anche il coinvolgimento di Jasmina Wiemann e del paleontologo italiano Matteo Fabbri, entrambi della Yale University, ha dimostrato che le prime uova di dinosauro erano soffici!

    Le analisi geochimiche sono state effettuate sui resti di due diversi gruppi di dinosauro di cui per primi nel tempo ci sono giunte testimonianze di uova fossilizzate, il Mussasaurus (Triassico sup.) – uno dei primi sauropodi di cui sono stati rinvenuti resti fossili di uova e Protoceratops (Cretacico sup.), di cui si hanno i primi resti fossili di uova per il gruppo dei ceratopsi. L’analisi conferma la composizione organica di queste uova di dinosauro dal guscio morbido, rivelando una struttura stratificata che ricorda il guscio d’uovo delle tartarughe azzannatrici attuali.

    I ricercatori si sono concentrati sulle composizioni minerali e chimiche dei fossili, tra cui un alone di colore scuro e biancastro che circonda gli embrioni fossilizzati: sono stati confrontati i gusci d’uovo di Protoceratops e Mussaurus con quelli di altri diapsidi, rivelando che il primo uovo di dinosauro era a guscio molle. L’uovo di dinosauro calcificato a guscio duro si è evoluto in modo indipendente (omoplasia) almeno tre volte durante il Mesozoico, spiegando così la tendenza di gusci duri nel record fossile per i dinosauri comparsi successivamente. 

    Abbiamo cercato eventuali residui di una membrana proteica a guscio d’uovo: sono stati fondamentalmente messi a confronto un gran numero di campioni attuali e fossili per costruire un set di dati che diano un’idea complessiva del quadro molecolare del guscio d’uovo nel tempo.
    Probabilmente questi dinosauri seppellivano le loro uova per mantenerle così umide e protette, esattamente come fanno oggi molte tartarughe, serpenti e lucertole.

    Questa nuova informazione, insieme alle precedenti ricerche di alcuni paleontologi sulle strategie di nidificazione dei dinosauri, ci restituisce una visione più chiara e completa della nidificazione e delle cure parentali dei dinosauri, di cui ancora si conosce pochissimo.

    Wiemann e Fabbri hanno dichiarato che la nuova scoperta mostra che i tre gruppi principali dei dinosauri – Ornithischia, Sauropodomorpha e Theropoda – presentavano tutti, nelle loro forme primitive, gusci d’uovo morbidi e le uova a guscio duro e calcificato si sono evolute successivamente in maniera indipendente per ogni gruppo.

    In sostanza, facendo un passo indietro e guardando i dati molecolari, abbiamo scoperto che i primi dinosauri nelle fasi riproduttive, avevano un comportamento più simile ai rettili che ai loro discendenti, gli uccelli “, ha detto Fabbri.

    L’impatto con l’asteroide, non i vulcani, fu il killer dei dinosauri

    Nuove simulazioni sugli effetti climatici ed ecologici delle catastrofi avvenute 66 milioni di anni famostrano come l’impatto di Chicxulub abbia reso il mondo di fine Cretacico inadatto per la vita dei dinosauri.

    L’asteroide che colpì la Terra al largo delle coste del Messico alla fine del Cretacico, 66 milioni di anni fa, è stato a lungo ritenuto la causa della morte di tutte le specie di dinosauri, ad eccezione degli uccelli.
    Tuttavia, un’ipotesi alternativa, considera le grandi eruzioni vulcaniche dai Trappi del Deccan, attivi tra la fine del Cretacico e l’inizio del Paleogene, come i veri agenti dietro gli sconvolgimenti climatici che hanno causato l’estinzione di quasi il 75% della vita sulla Terra.

    Ora, un gruppo di ricerca dell’Imperial College di Londra, dell’Università di Bristol e dell’University College di Londra, ha dimostrato che solo l’impatto dell’asteroide avrebbe potuto creare condizioni sfavorevoli alla sopravvivenza dei dinosauri in tutto il mondo.
    I ricercatori mostrano inoltre come la massiccia attività vulcanica di quel periodo potrebbe essere stata invece determinante nella ripresa dello sviluppo della vita a seguito dello “shock” causato dall’asteroide. I loro risultati sono stati pubblicati oggi sulla rivista scientifica internazionale PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences).

    La ricerca è stata condotta dal Dr Alessandro Chiarenza, che ha portato avanti questo studio durante il suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Imperial College di Londra: «In questo studio, mostriamo come l’impatto dell’asteroide ha causato un lungo inverno durato alcuni decenni, i cui effetti hanno decimato gli ambienti ottimali per l’ecologia dei dinosauri. Al contrario, gli effetti delle intense eruzioni vulcaniche, non hanno influenzato le nicchie ecologiche di questi animali abbastanza da causarne l’estinzione.
    Le nostre analisi confermano, per la prima volta in maniera quantitativa, che l’unica spiegazione plausibile per giustificare l’estinzione di massa al limite K/Pg è proprio l’impatto dell’asteroide, che con il drastico calo delle temperature ha spazzato via gli habitat dei dinosauri in tutto il mondo».

    L’asteroide, colpendo la piattaforma carbonatica dello Yucatán, con il conseguente rilascio di grandi quantità di particelle e gas nell’atmosfera, ha bloccato la radiazione solare e causato così condizioni di inverno permanente.
    Anche le eruzioni vulcaniche dei Trappi del Deccan, nell’attuale India, produssero notevoli quantità di polveri e gas, ma con effetti su scale diverse rispetto all’impatto extraterrestre. Diversi studi hanno dimostrato come le emissioni di gas serra da queste province magmatiche abbiano probabilemente causato diversi episodi di riscaldamento globale, prima, durante e dopo l’estinzione di massa.

    Per determinare quale fattore fosse responsabile della moria di fine Cretacico tra asteroide e vulcanismo, i ricercatori hanno combinato i classici marcatori geologici del clima del passato con ‘Big Data’ sui ritrovamenti fossili, potenti modelli matematici e l’intelligenza artificiale. In questo nuovo studio, il team ha utilizzato questi metodi per identificare quali tipi di fattori ambientali, come la pioggia e la temperatura, servissero a ogni specie di dinosauro per prosperare.
    I ricercatori sono stati quindi in grado di mappare i luoghi in cui queste condizioni idonee avrebbero continuato ad esistere anche dopo l’impatto dell’asteroide o il vulcanismo massiccio. Hanno così scoperto che il solo impatto dell’asteroide era in grado di spazzare via tutti i potenziali habitat dei dinosauri, mentre il vulcanismo, senza altri fattori a concorrere, consentiva la vivibilità in alcune regioni del pianeta.

    Il paleoclimatologo Dr Alex Farnsworth, dell’Università di Bristol e co-autore della ricerca, ha dichiarato: «Invece di utilizzare il solo record geologico per ricostruire gli effetti sul clima che l’asteroide o il vulcanismo potrebbero aver causato in tutto il mondo, abbiamo aggiunto una dimensione ecologica all’indagine, rivelando come queste fluttuazioni climatiche abbiano influenzato gravemente gli ecosistemi a dinosauri».

    Il Dr Philip Mannion, dell’University College di Londra e altro co-autore dello studio, ha aggiunto: «Abbiamo aggiunto un approccio modellistico ai dati geologici, climatici e paleontologici, mostrando quantitativamente l’effetto devastante dell’impatto dell’asteroide sugli habitat globali. In sostanza, le simulazioni mostrano come solo l’asteroide di Chicxulub produca una sorta di schermata blu della morte per i dinosauri».

    Nonostante i vulcani rilascino gas e particelle che bloccano la radiazione solare, i dati sulle eruzioni del Deccan mostrano come questi abbiano anche rilasciato grandissime quantità di anidride carbonica e altri gas serra. Questi inquinanti atmosferici portano, con il loro accumulo, al surriscaldamento del pianeta.
    Dopo un “inverno globale” inizialmente drastico, causato dall’asteroide, il modello così ricostruito suggerisce che, nel lungo termine, il riscaldamento vulcanico avrebbe potuto aiutare a ripristinare molti habitat, aiutando così la nuova vita che, dopo il disastro, si è evoluta per prosperare.

    Il Dr Chiarenza ha dichiarato: «Forniamo nuove prove per sostenere che le eruzioni vulcaniche, verificatesi in un momento contemporaneo alla caduta dell’asteroide, potrebbero aver attutito gli effetti drammatici che l’impatto dell’asteroide ha causato sull’ambiente. Il vulcanismo di fine Cretacico e inizio Paleogene potrebbe aver accelerato l’innalzamento delle temperature, mitigando così il grande inverno.
    Questa complessa dinamica potrebbe aver determinato la sopravvivenza di molte forme di vita da questa terribile estinzione di massa, permettendo a piante e animali che hanno superato l’estinzione di proliferare nelle forme odierne».

    I “Permian Hunters” viaggiano fino al Triassico

    Dall’inizio della sua attività, APPI sostiene e finanzia un’importante progetto di ricerca, “Permian Hunters”, una campagna di scavo paleontologico nei depositi Permiani della Sardegna Nord-Occidentale.

    Il sito paleontologico di Torre del Porticciolo (Alghero), che è ben conosciuto a livello sia nazionale che internazionale per il ritrovamento sensazionale dei primi resti degli antenati dei mammiferi (sinapsidi basali) in tutta Italia, ora ha un’importante novità…ma prima raccontiamo quello che è successo negli anni scorsi!

    Nel 2016, durante una ricognizione geologica nell’area, è stato scoperto un secondo livello fossilifero molto promettente, distante circa 100 m dal sito di Alierasaurus.
    Analisi preliminari hanno messo in luce la presenza di un grande sinapside basale carnivoro riferibile alla Famiglia Sphenacodontidae, il gruppo che contiene il famoso predatore Dimetrodon, caratterizzato da un’ampia e iconica vela sul dorso. La scoperta rappresenterebbe il primo sinapside basale carnivoro dal Permiano dell’Italia, e uno dei pochi conosciuti e studiati in tutto il continente europeo.
    Ancora più recentemente, nell’estate 2017, sono state scoperte le prime impronte fossili attribuibili a vertebrati del Permiano della Sardegna. Il materiale, scoperto nella zona di Cala Viola -poco distante dall’area di Torre del Porticciolo, ed è rappresentato sia da impronte su lastre di arenaria isolate, che ancora in posto nell’affioramento originale.

    Considerando questi elementi nel complesso, la zona di Torre del Porticciolo si è rivelata tra le più importanti non solo in Italia ma in tutto il continente europeo, per la presenza di antenati di mammiferi con dieta sia erbivora che carnivora. Inoltre rappresenta solo il secondo sito in tutta Europa dove sono stati ritrovati, negli stessi livelli stratigrafici, sia la impronte che i resti ossei degli animali che le hanno impresse.

    Ed arriviamo al Triassico…cioè ad oggi!
    Il nuovo recente studio, pubblicato qualche settimana fa sull’Italian Journal of Gosciences – riporta testimonianza delle prime tracce di tetrapodi del Triassico della regione della Nurra.
    I reperti icnologici sono stati trovati su blocchi di arenaria utilizzati per costruire una recinzione che limita un campeggio stagionale, nella zona costiera a nord del promontorio di Capo Caccia. Le caratteristiche litologiche e petrografiche consentono di collocare i blocchi alla porzione medio-alta dell’Arenaria di Cala Viola (Buntsandstein). Le impronte rilevate all’inteno dell’arenaria sono state riconosciute come appartenenti a Rhynchosauroides e al Rotodactylus, due comuni ichnotaxa di rettili appartenenti a faune del Triassico medio-superiode (247-201 milioni di anni fa) dell’Europa e degli Stati Uniti.

    Ad ogni campagna di scavo, non finiamo mai di stupirci cercando e scoprendo le tracce di un ricco passato, di cui questa regione ne è geloso custode, come una torre a guardia di un “porticciolo”.