• Quando la vita sulla Terra fu a un passo da scomparire per sempre

    Il recupero delle comunità terrestri dopo la grande estinzione di massa Permo-Triassica

    L’estinzione di massa al limite Permiano-Triassico può essere considerata come la più grande crisi biotica sperimentata dal nostro pianeta nel Fanerozoico, con un estinzione di specie sia marine che terrestri che superò il 90%. L’ipotesi ad oggi maggiormente accettata per spiegare la grande estinzione prevede una eruzione iniziale dell’enorme provincia ignea dei Trappi Siberiani, con l’eruzione stimata di oltre 1000 gigatonnellate di lave, e risultante immissione nell’atmosfera di una quantità enorme di aerosol solfatici e metano. Questi gas serra hanno dunque portato a un consistente riscaldamento globale e alla produzione di piogge acide, causando direttamente la morte di gran parte della vegetazione e un’intensiva erosione del suolo. Una crisi profonda delle piante, ovvero produttori primari negli ecosistemi, ha necessariamente portato al collasso di gran parte delle catene trofiche all’inizio del Triassico.

    A una crisi di tale portata ha fatto seguito un lungo periodo di recovery nel Triassico Inferiore e Medio che ha totalmente rivoluzionato la struttura complessa degli ecosistemi sia marini che terrestri: un processo che ha influenzato enormemente il corso dell’evoluzione dei tetrapodi nel resto del Mesozoico e per tutto il Cenozoico. Dopo l’estinzione infatti si assiste alla comparsa di gruppi totalmente nuovi, tra cui ad esempio decapodi e rettili marini negli oceani e nuovi tetrapodi sulla terra ferma. Tra gli arcosauri compaiono per la prima volta gli avemetatarsali, linea che porterà all’evoluzione dei dinosauri e degli pterosauri.

    Il processo di ripresa degli ecosistemi sia marini che terrestri fu estremamente lungo e graduale, per una combinazione di perturbazioni ambientali ancora in atto per un lungo periodo e il rinstaurarsi di interrelazioni complesse tra le specie nei nuovi ambienti disponibili. Il Triassico Inferiore fu infatti caratterizzato de perturbazioni climatiche estreme, con condizioni anossiche (assenza di ossigeno) e alcaline negli oceani che rendevano difficile la ripresa degli ecosistemi, e un aumento considerevole della temperatura con espansione dei deserti e fasce aride alle alte latitudini nord e sud. I livelli di ossigeno diminuivano costantemente mentre aumentavano quelli della CO2, con ripetute crisi assimilabili a “effetti serra” che ebbero un’influenza consistente sul tempo e modo della ripresa della vita.

    Considerando la grande importanza del Triassico Inferiore per la ristrutturazione degli ecosistemi dopo la grande estinzione di massa Permo-Triassica, un gruppo di ricerca, coordinato da Marco Romano della Sapienza, Università di Roma, in collaborazione con Massimo Bernardi e Fabio Massimo Petti del MUSE – Museo delle Scienze di Trento, Bruce Rubidge e John Hancox della University of the Witwatersrand di Johannesburg in South Africa e Michael J. Benton della University of Bristol (UK), ha analizzato nel dettaglio il record di tetrapodi in tutto il mondo proveniente da depositi riferiti al Triassico Inferiore.
    I dati, raccolti da oltre 25 paesi, hanno portato alla costruzione di un grande dataset formato da circa 7000 esemplari, che ha permesso per la prima volta un’analisi semi-quantitativa circa la distribuzione e abbondanza relativa delle faune subito dopo la grande estinzione.

    “Elemento fondamentale della ricerca è stata l’integrazione dei classici dati scheletrici con le evidenze icnologiche, ovvero le impronte fossili dei vertebrati. È abbastanza noto che gli ambienti sedimentari che conservano gli scheletri molto spesso non conservano le impronte e viceversa. Ne segue che considerando solo una delle due evidenze si corre il rischio di lavorare su un record in realtà frammentario e non completo, elemento che può portare anche a conclusioni perlopiù errate o fuorvianti” ha spiegato Marco Romano.

    I risultati della ricerca, in grado di far luce su uno dei momenti più importanti per la storia sul nostro pianeta, il momento in cui la vita sulla Terra fu a un passo da scomparire completamente, sono stati pubblicati questa settimana sulla prestigiosa rivista Earth-Science Review in uno studio dal titolo Early Triassic terrestrial tetrapod fauna: a review.

    Studi classici sul recupero dopo la grande estinzione hanno sempre sottolineato una marcata uniformità e cosmopolitismo delle faune terrestri nel Triassico Inferiore in tutta la Pangea. Il nuovo studio diversamente sottolinea una regionalizzazione molto marcata delle faune e dei diversi gruppi, con organismi distribuiti in modo non uniforme nella varie zone e fasce paleoclimatiche in larga parte in connessione con le loro richieste ecologiche. Ad esempio i temnospondili, gruppo strettamente collegato alla presenza di acqua sia per la riproduzione che per l’alimentazione, mostrano una maggiore concentrazione alle alte latitudini nord e sud dove, nonostante il riscaldamento globale del Triassico Inferiore, poteva trovarsi un clima temperato che permetteva la persistenza di specchi d’acqua dolce. Altri gruppi meno legati strettamente ad ambienti acquatici come gli arcosauri o i lepidosauri occupavano maggiormente le zone delle medie e basse latitudini, essendo pre-adattati a condizioni di aridità estrema.

    Recentemente, inoltre, alcune ricerche avevano individuato la così detta “fascia della morte” o “death belt” per la vita nel Triassico Inferiore: una zona cioè totalmente priva di esseri viventi a causa delle temperature e aridità estremamente elevate che, secondo questi studi, si estendeva tra le paleolatitudini 15°N e 31° S. Nel nuovo studio Romano e colleghi hanno dimostrato come in realtà questa fascia abbastanza ampia derivi essenzialmente dal fatto di considerare solo i resti scheletrici, ignorando completamente le impronte dei tetrapodi. Impronte che diversamente per loro stessa natura sono necessariamente in posto, ovvero si trovano dove sono state lasciate, e non possono essere rimaneggiate o trasportate (processi che invece interessano spesso le carcasse degli organismi dopo la morte). Nel nuovo studio, includendo anche le numerose impronte descritte per il Triassico Inferiore, è stato possibile restringere la fascia di totale assenza di tetrapodi tra i 30°Nord e 40°Sud.

    In fine, i risultati ottenuti con la cluster analysis, metodo che permette tramite software specifici di unire in gruppi le paleo-regioni con la composizione di faune più simili, ha fornito risultati del tutto consistenti con le ricostruzioni paleogeografiche trovate in letteratura. Altro elemento molto interessante risulta che tale composizione delle faune (abbondanza relativa dei diversi gruppi) dopo il recupero nel Triassico Inferiore risulta essere del tutto sovrapponibile a quella ottenuta per il Permiano Superiore da Bernardi e colleghi. Quindi, nonostante l’effetto devastante sulla vita della più grande estinzione di massa, gli ecosistemi dopo il recupero sembrano mantenere una sorta di “impronta” ereditata da prima della grande crisi. Un elemento molto interessante su cui varrà la pena concentrare gli studi futuri.

    Figura 2. Risultati della cluster analysis basata sulle liste faunistiche e le abbondanze relative dei diversi taxa, plottata sopra una mappa paleobiogeografia del Triassico Inferiore. Le affinità riscontrate indicano tre maggiori raggruppamenti (cluster) per il Triassico inferiore, del tutto coerenti con le occurrence dei tetrapodi e la distribuzione paleoclimatica (originale in Romano M. et al. 2020. Earth-Science Reviews).

    Copertina: Composizione delle faune a tetrapodi e abbondanze relative degli 11 ecosistemi meglio documentati per il Triassico Inferiore, rappresentati secondo le paleolatitudini (originale in Romano M. et al. 2020. Earth-Science Reviews).

    Prorogata!

    Visto il positivo riscontro di pubblico, è stata prorogata fino al 25 ottobre 2020 l’apertura della mostra Dinosauri in Carne e Ossa a Rovereto.

    Allestita presso il Parco dell’ Ex Asilo Nido Manifattura di Rovereto (via delle Zigherane 1D), l’esposizione è organizzata dall’Associazione Paleontologica Paleoartistica Italiana APPI e promossa dal Comune di Rovereto in collaborazione con MUSE -Museo delle Scienze, Fondazione Museo Civico e GeoModel di Mauro Scaggiante e con il supporto di Apt Rovereto e Vallagarina e Prehistoric Minds.

    A fianco delle spettacolari ricostruzioni a grandezza naturale dei dinosauri e degli altri animali preistorici che caratterizzano il format DCO, è presente una sezione multimediale a cura del Muse (Trento), dedicata alle orme fossili dei Lavini di Marco, una testimonianza vecchia 200 milioni di anni del passaggio dei dinosauri in queste terre.
    Inoltre, per tutti i soci APPI è prevista una particolare tariffa ridotta!

    Maggiori informazioni su www.paleoappi.it/dinosauri-in-carne-e-ossa/

    PODCAST: L’Estinzione dei Dinosauri

    A cura di Co.scienza
    https://trascienzaecoscienza.wordpress.com/


    L’episodio proposto riguarda l’estinzione di massa che 66 milioni di anni fa ha visto i protagonisti più celebri del Mesozoico: i dinosauri.
    PODCAST su Spotify

    L’asteroide, colpendo la piattaforma carbonatica dello Yucatán, con il conseguente rilascio di grandi quantità di particelle e gas nell’atmosfera, ha bloccato la radiazione solare e causato così condizioni di inverno permanente.
    Anche le eruzioni vulcaniche dei Trappi del Deccan, nell’attuale India, produssero notevoli quantità di polveri e gas, ma con effetti su scale diverse rispetto all’impatto extraterrestre. Diversi studi hanno dimostrato come le emissioni di gas serra da queste province magmatiche abbiano probabilmente causato diversi episodi di riscaldamento globale, prima, durante e dopo l’estinzione di massa.
    Ai microfoni il paleontologo Alessandro Chiarenza, autore dello studio pubblicato poche settimane fa sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences)

    Master in Comunicazione delle Scienze

    Fino al 2 ottobre 2020 saranno aperte le iscrizioni al XX corso del Master in Comunicazione delle Scienze dell’Università di Padova

    Il “Master in Comunicazione delle Scienze” ha l’obiettivo di formare professionisti della comunicazione pubblica della scienza e della tecnologia in grado di operare in molteplici settori:
    – giornalismo scritto, radiofonico, televisivo e su internet;

    – comunicazione istituzionale e d’impresa;
    – editoria tradizionale e multimediale;
    – musei e mostre scientifiche;
    – promozione e gestione di iniziative di diffusione di cultura scientifica.

    Le attività formative, tenute da novembre 2020 a luglio 2021 nei giorni di venerdì (l’intera giornata) e sabato (mattina), comprendono: lezioni, laboratori, esercitazioni e seminari. Inoltre fa parte integrante delle attività formative un tirocinio professionalizzante (stage) di 200 ore presso aziende, enti e istituzioni convenzionate, da svolgere tra gennaio e giugno 2021.

    La peculiarità del Master è quella di offrire a studenti provenienti da diversi ambiti disciplinari e professionali (scientifici, tecnici e umanistici) la maturità culturale necessaria e gli strumenti operativi adeguati per acquisire e trasmettere informazioni sugli attuali sviluppi della scienza e della tecnica in modo comprensibile e rigoroso, per interagire efficacemente con i protagonisti della ricerca nei vari campi, per organizzare le strutture finalizzate alla comunicazione istituzionale, per promuovere e gestire iniziative di diffusione della cultura scientifica.

    Gli studenti vengono preparati a lavorare nell’ambito di vari media, da quelli più tradizionali ai servizi di rete sociale (social network), a predisporre e gestire piani di comunicazione per enti di ricerca e istituzioni, pubbliche o private, quali le università e le scuole, le strutture sanitarie, i musei scientifici e i “science center”, le imprese. Il confronto tra studenti provenienti da aree disciplinari diverse arricchisce l’esperienza formativa.

    I docenti del master sono specialisti attivi a livello universitario o sul campo (in particolare, direttori di istituzioni scientifiche, giornalisti, direttori e conservatori dei musei) scelti per preparazione ed esperienze specifiche.

    È possibile frequentare anche il corso singolo “Comunicazione digitale e social media”.

    Per l’ammissione si richiede almeno una laurea triennale, o di vecchio ordinamento, in qualsiasi ambito disciplinare scientifico, tecnico o umanistico. Il superamento del corso dà diritto a 60 crediti.

    Ulteriori informazioni sul Master e sulle modalità d’iscrizione si trovano alle pagine http://mcs.fisica.unipd.it e http://www.unipd.it/comunicazione-scienze, e sulla pagina facebook mcsunipd.

    Locandina_20_21 Master in Comunicazione delle Scienze

     

    Una Domenica con Dino

    In occasione dell’evento organizzato a Rovereto dall’Associazione Paleontologica APPI Dinosauri in Carne e Ossa, tutte le domeniche, a partire dal 12 luglio e fino al 27 settembre potrai vivere un’esperienza a tutto tondo nel Giurassico!

    L’appuntamento è alle 9 ai Lavini di Marco con gli esperti della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Dopo la visita al sito paleontologico e una pausa per il pranzo, si accede alla mostra. Il ritrovo davanti all’ex Asilo della Manifattura di Borgo Sacco è alle 15:30, ingresso previsto alle 15.45.

    Durante la visita al sito paleontologico dei Lavini di Marco saranno presentate le orme e le piste maggiori, raccontate attraverso “tappe tematiche” la geologia e l’evoluzione della regione. A seguire, l’esperienza si concluderà con la visita alla mostra Dinosauri in Carne e Ossa, presso il Parco dell’ex Asilo Nido Manifattura di Borgo Sacco.
    Protagonisti, i giganteschi dinosauri dominatori dell’Era Mesozoica, come il Tirannosauro e il Diplodoco, e tante altre specie vissute in un arco di tempo di 200 milioni di anni, fino ai giorni nostri: alcune altrettanto iconiche, come il Mammut e la tigre dai denti a sciabola, simboli dell’era glaciale, altre più piccole o meno note, ma non per questo meno evocative di Mondi primordiali oggi scomparsi.

    Prenota entro le ore 18 del martedì precedente l’uscita scrivendo a info@visitrovereto.it
    www.visitrovereto.it/vivi/eventi/dinosauri-in-carne-ed-ossa/

    Un Pulcino in Alaska

    Una mandibola fossile dal Circolo Polare Artico dell’Alaska rivela nuove informazioni sull’identità di un nuovo dinosauro carnivoro e sulle abitudini non migratorie di questi animali del passato.

    Un frammento di mandibola dall’Alaska rappresenta un raro esemplare di dinosauro dromeosauride dall’Artico, secondo lo studio pubblicato oggi sulla rivista scientifica PLOS ONE da un gruppo di ricerca guidato dal paleontologo italiano Alfio Alessandro Chiarenza (University College London e Imperial College London, UK).
    Il team include Anthony Fiorillo (Southern Methodist University, Texas), Ron Tykoski e Dori Contreras (Perot Museum of Nature and Science, Texas), Paul McCarthy (University of Alaska, Fairbanks, Alaska), Peter Flaig (University of Texas at Austin, Texas).

    Arctic Raptor Jaw_©A. Chiarenza


    I Dromeosauridi furono un gruppo di dinosauri predatori vicini evolutivamente agli uccelli, comprendente specie iconiche come il Deinonychus e il Velociraptor (resi popolari dal celebre film Jurassic Park del 1993 e successivamente dal film di animazione Dinosauri, 2000). Questi teropodi vivevano in diversi continenti, ma le loro ossa spesso piccole e delicate, raramente si conservano nel record fossile, complicando gli sforzi degli studiosi di ricostruire la loro storia evolutiva e la loro distribuzione fra i diversi continenti.

    Dalla formazione geologica Prince Creek, nel nord dell’Alaska, proviene la più grande collezione di dinosauri polari al mondo, datati intorno a 70 milioni di anni, ma fino a questo momento gli unici fossili rinvenuti attribuibili a dromeosauri erano rappresentati soltanto da pochi denti isolati e frammentari. Questa porzione di mandibola lunga appena 14 mm, e che preserva la punta anteriore dell’osso, è il fossile più completo proveniente da queste latitudini. Le analisi anatomiche e statistiche indicano che questo fossile apparteneva a uno stretto parente del dromeosauro nordamericano Saurornitholestes.

    Si pensa che i dromeosauri provenissero dall’Asia, e che abbiano raggiunto successivamente il Nord America quando l’Alaska rappresentava un ponte naturale per la migrazione delle specie fra questi due continenti.
    Il nuovo fossile è un importante tassello nella comprensione di quei dinosauri che nel tardo Cretacico vivevano a queste latitudini estreme.

    Inoltre, lo stadio di crescita dell’individuo rappresentato da questo fossile, verificabile grazie alle dimensioni e alla struttura del tessuto osseo fossilizzato, ci suggerisce che l’animale era probabilmente nato da poco e verosimilmente nella zona circostante.

    Details of the fossil jaw from the Alaska Dromaeosaurid dinosaur


    A differenza di quel che si pensava in passato, e che vedeva l’Alaska come un territorio di passaggio perché climaticamente “ostile”, queste evidenze suggeriscono che nonostante il freddo e almeno quattro mesi annui di totale oscurità (alla fine del Cretacico l’intera area si trovava più a nord dell’attuale, tra gli 80° e i 90° lat.), i dinosauri vi si stabilissero e che trovassero le condizioni ambientali favorevoli alla riproduzione e allo sviluppo.

    Fossil Site Map


    “Se i giovani di questi dinosauri sono stati rinvenuti in quest’area, significa che queste specie dovevano spendere molto tempo nella zona per potersi accoppiare, nidificare e crescere. I pulcini di dinosauro probabilmente non erano fisicamente in grado di migrare per migliaia di chilometri nelle latitudini più meridionali, e questo ci fornisce indicazioni indirette sul fatto che questi animali erano probabilmente residenti perenni dell’Artico preistorico.” Rivela il coautore dello studio Dr Anthony Fiorillo.

    «Questo ritrovamento è particolarmente eccezionale in quanto vi è una particolare difficoltà a reperire fossili di ossa così sottili e delicate, poiché, data la loro fragilità, vengono distrutte dagli agenti esterni ben prima della fossilizzazione. Ancor più raro è trovarne di esemplari così giovani. Possiamo dire quindi che si tratta del classico caso di un ago in un pagliaio». Dice il Dr Alessandro Chiarenza, primo autore dello studio.

    I risultati di questa ricerca sono pubblicati oggi nella rivista scientifica internazionale open access PLOS ONE.

    Chiarenza A.A., Fiorillo A.R., Tykoski R.S., McCarthy P.J., Flaig P.P., Contreras D.L. 2020.
    The first juvenile dromaeosaurid (Dinosauria: Theropoda) from Arctic Alaska.
    PLOS ONE. DOI: 10.1371/journal.pone.0235078

    In copertina: Illustrazione scientifica da parte del paleoartista Andrey Atuchin che mostra il pulcino di dromeosauro sul ramo vicino ad un adulto, mentre un esemplare subadulto insegue un topo marsupiale (Unnuakomys hutchisoni). Alcuni individui del ceratopside Pachyrhinosaurus perotorum riposano sullo sfondo.

    Il Lato “Soft” dei Dinosauri

    La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature e condotta da Mark Norrel, dell’American Museum of Natural History, che vede anche il coinvolgimento di Jasmina Wiemann e del paleontologo italiano Matteo Fabbri (Yale University), ha dimostrato che le prime uova di dinosauro erano soffici!

    Come per i coccodrilli, stretti parenti dei dinosauri mesozoici, e per gli uccelli, loro discendenti, si è sempre pensato che le uova dei dinosauri fossero dure, cioè con un guscio calcificato. I loro resti fossili sono particolarmente rari, ma le testimonianze giunte finora non lasciavano dubbi: le uova dei grandi rettili del passato un guscio rigido e spesso come quelle della maggior parte dei rettili moderni e degli uccelli.

    Il guscio duro è un elemento che isola e costituisce una barriera protettiva per l’embrione dai microorganismi esterni e dall’essiccazione. I rettili, hanno infatti sviluppato questo tipo di guscio poiché l’ambiente terrestre presenta delle condizioni ambientali più “difficili” rispetto a quelle dell’ambiente acquatico, e questo ostacolerebbe lo sviluppo dell’embrione stesso.

    Ma la ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature e condotta da Mark Norrel, dell’American Museum of Natural History, e che vede anche il coinvolgimento di Jasmina Wiemann e del paleontologo italiano Matteo Fabbri, entrambi della Yale University, ha dimostrato che le prime uova di dinosauro erano soffici!

    Le analisi geochimiche sono state effettuate sui resti di due diversi gruppi di dinosauro di cui per primi nel tempo ci sono giunte testimonianze di uova fossilizzate, il Mussasaurus (Triassico sup.) – uno dei primi sauropodi di cui sono stati rinvenuti resti fossili di uova e Protoceratops (Cretacico sup.), di cui si hanno i primi resti fossili di uova per il gruppo dei ceratopsi. L’analisi conferma la composizione organica di queste uova di dinosauro dal guscio morbido, rivelando una struttura stratificata che ricorda il guscio d’uovo delle tartarughe azzannatrici attuali.

    I ricercatori si sono concentrati sulle composizioni minerali e chimiche dei fossili, tra cui un alone di colore scuro e biancastro che circonda gli embrioni fossilizzati: sono stati confrontati i gusci d’uovo di Protoceratops e Mussaurus con quelli di altri diapsidi, rivelando che il primo uovo di dinosauro era a guscio molle. L’uovo di dinosauro calcificato a guscio duro si è evoluto in modo indipendente (omoplasia) almeno tre volte durante il Mesozoico, spiegando così la tendenza di gusci duri nel record fossile per i dinosauri comparsi successivamente. 

    Abbiamo cercato eventuali residui di una membrana proteica a guscio d’uovo: sono stati fondamentalmente messi a confronto un gran numero di campioni attuali e fossili per costruire un set di dati che diano un’idea complessiva del quadro molecolare del guscio d’uovo nel tempo.
    Probabilmente questi dinosauri seppellivano le loro uova per mantenerle così umide e protette, esattamente come fanno oggi molte tartarughe, serpenti e lucertole.

    Questa nuova informazione, insieme alle precedenti ricerche di alcuni paleontologi sulle strategie di nidificazione dei dinosauri, ci restituisce una visione più chiara e completa della nidificazione e delle cure parentali dei dinosauri, di cui ancora si conosce pochissimo.

    Wiemann e Fabbri hanno dichiarato che la nuova scoperta mostra che i tre gruppi principali dei dinosauri – Ornithischia, Sauropodomorpha e Theropoda – presentavano tutti, nelle loro forme primitive, gusci d’uovo morbidi e le uova a guscio duro e calcificato si sono evolute successivamente in maniera indipendente per ogni gruppo.

    In sostanza, facendo un passo indietro e guardando i dati molecolari, abbiamo scoperto che i primi dinosauri nelle fasi riproduttive, avevano un comportamento più simile ai rettili che ai loro discendenti, gli uccelli “, ha detto Fabbri.

    L’impatto con l’asteroide, non i vulcani, fu il killer dei dinosauri

    Nuove simulazioni sugli effetti climatici ed ecologici delle catastrofi avvenute 66 milioni di anni famostrano come l’impatto di Chicxulub abbia reso il mondo di fine Cretacico inadatto per la vita dei dinosauri.

    L’asteroide che colpì la Terra al largo delle coste del Messico alla fine del Cretacico, 66 milioni di anni fa, è stato a lungo ritenuto la causa della morte di tutte le specie di dinosauri, ad eccezione degli uccelli.
    Tuttavia, un’ipotesi alternativa, considera le grandi eruzioni vulcaniche dai Trappi del Deccan, attivi tra la fine del Cretacico e l’inizio del Paleogene, come i veri agenti dietro gli sconvolgimenti climatici che hanno causato l’estinzione di quasi il 75% della vita sulla Terra.

    Ora, un gruppo di ricerca dell’Imperial College di Londra, dell’Università di Bristol e dell’University College di Londra, ha dimostrato che solo l’impatto dell’asteroide avrebbe potuto creare condizioni sfavorevoli alla sopravvivenza dei dinosauri in tutto il mondo.
    I ricercatori mostrano inoltre come la massiccia attività vulcanica di quel periodo potrebbe essere stata invece determinante nella ripresa dello sviluppo della vita a seguito dello “shock” causato dall’asteroide. I loro risultati sono stati pubblicati oggi sulla rivista scientifica internazionale PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences).

    La ricerca è stata condotta dal Dr Alessandro Chiarenza, che ha portato avanti questo studio durante il suo dottorato di ricerca presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Imperial College di Londra: «In questo studio, mostriamo come l’impatto dell’asteroide ha causato un lungo inverno durato alcuni decenni, i cui effetti hanno decimato gli ambienti ottimali per l’ecologia dei dinosauri. Al contrario, gli effetti delle intense eruzioni vulcaniche, non hanno influenzato le nicchie ecologiche di questi animali abbastanza da causarne l’estinzione.
    Le nostre analisi confermano, per la prima volta in maniera quantitativa, che l’unica spiegazione plausibile per giustificare l’estinzione di massa al limite K/Pg è proprio l’impatto dell’asteroide, che con il drastico calo delle temperature ha spazzato via gli habitat dei dinosauri in tutto il mondo».

    L’asteroide, colpendo la piattaforma carbonatica dello Yucatán, con il conseguente rilascio di grandi quantità di particelle e gas nell’atmosfera, ha bloccato la radiazione solare e causato così condizioni di inverno permanente.
    Anche le eruzioni vulcaniche dei Trappi del Deccan, nell’attuale India, produssero notevoli quantità di polveri e gas, ma con effetti su scale diverse rispetto all’impatto extraterrestre. Diversi studi hanno dimostrato come le emissioni di gas serra da queste province magmatiche abbiano probabilemente causato diversi episodi di riscaldamento globale, prima, durante e dopo l’estinzione di massa.

    Per determinare quale fattore fosse responsabile della moria di fine Cretacico tra asteroide e vulcanismo, i ricercatori hanno combinato i classici marcatori geologici del clima del passato con ‘Big Data’ sui ritrovamenti fossili, potenti modelli matematici e l’intelligenza artificiale. In questo nuovo studio, il team ha utilizzato questi metodi per identificare quali tipi di fattori ambientali, come la pioggia e la temperatura, servissero a ogni specie di dinosauro per prosperare.
    I ricercatori sono stati quindi in grado di mappare i luoghi in cui queste condizioni idonee avrebbero continuato ad esistere anche dopo l’impatto dell’asteroide o il vulcanismo massiccio. Hanno così scoperto che il solo impatto dell’asteroide era in grado di spazzare via tutti i potenziali habitat dei dinosauri, mentre il vulcanismo, senza altri fattori a concorrere, consentiva la vivibilità in alcune regioni del pianeta.

    Il paleoclimatologo Dr Alex Farnsworth, dell’Università di Bristol e co-autore della ricerca, ha dichiarato: «Invece di utilizzare il solo record geologico per ricostruire gli effetti sul clima che l’asteroide o il vulcanismo potrebbero aver causato in tutto il mondo, abbiamo aggiunto una dimensione ecologica all’indagine, rivelando come queste fluttuazioni climatiche abbiano influenzato gravemente gli ecosistemi a dinosauri».

    Il Dr Philip Mannion, dell’University College di Londra e altro co-autore dello studio, ha aggiunto: «Abbiamo aggiunto un approccio modellistico ai dati geologici, climatici e paleontologici, mostrando quantitativamente l’effetto devastante dell’impatto dell’asteroide sugli habitat globali. In sostanza, le simulazioni mostrano come solo l’asteroide di Chicxulub produca una sorta di schermata blu della morte per i dinosauri».

    Nonostante i vulcani rilascino gas e particelle che bloccano la radiazione solare, i dati sulle eruzioni del Deccan mostrano come questi abbiano anche rilasciato grandissime quantità di anidride carbonica e altri gas serra. Questi inquinanti atmosferici portano, con il loro accumulo, al surriscaldamento del pianeta.
    Dopo un “inverno globale” inizialmente drastico, causato dall’asteroide, il modello così ricostruito suggerisce che, nel lungo termine, il riscaldamento vulcanico avrebbe potuto aiutare a ripristinare molti habitat, aiutando così la nuova vita che, dopo il disastro, si è evoluta per prosperare.

    Il Dr Chiarenza ha dichiarato: «Forniamo nuove prove per sostenere che le eruzioni vulcaniche, verificatesi in un momento contemporaneo alla caduta dell’asteroide, potrebbero aver attutito gli effetti drammatici che l’impatto dell’asteroide ha causato sull’ambiente. Il vulcanismo di fine Cretacico e inizio Paleogene potrebbe aver accelerato l’innalzamento delle temperature, mitigando così il grande inverno.
    Questa complessa dinamica potrebbe aver determinato la sopravvivenza di molte forme di vita da questa terribile estinzione di massa, permettendo a piante e animali che hanno superato l’estinzione di proliferare nelle forme odierne».

    I “Permian Hunters” viaggiano fino al Triassico

    Dall’inizio della sua attività, APPI sostiene e finanzia un’importante progetto di ricerca, “Permian Hunters”, una campagna di scavo paleontologico nei depositi Permiani della Sardegna Nord-Occidentale.

    Il sito paleontologico di Torre del Porticciolo (Alghero), che è ben conosciuto a livello sia nazionale che internazionale per il ritrovamento sensazionale dei primi resti degli antenati dei mammiferi (sinapsidi basali) in tutta Italia, ora ha un’importante novità…ma prima raccontiamo quello che è successo negli anni scorsi!

    Nel 2016, durante una ricognizione geologica nell’area, è stato scoperto un secondo livello fossilifero molto promettente, distante circa 100 m dal sito di Alierasaurus.
    Analisi preliminari hanno messo in luce la presenza di un grande sinapside basale carnivoro riferibile alla Famiglia Sphenacodontidae, il gruppo che contiene il famoso predatore Dimetrodon, caratterizzato da un’ampia e iconica vela sul dorso. La scoperta rappresenterebbe il primo sinapside basale carnivoro dal Permiano dell’Italia, e uno dei pochi conosciuti e studiati in tutto il continente europeo.
    Ancora più recentemente, nell’estate 2017, sono state scoperte le prime impronte fossili attribuibili a vertebrati del Permiano della Sardegna. Il materiale, scoperto nella zona di Cala Viola -poco distante dall’area di Torre del Porticciolo, ed è rappresentato sia da impronte su lastre di arenaria isolate, che ancora in posto nell’affioramento originale.

    Considerando questi elementi nel complesso, la zona di Torre del Porticciolo si è rivelata tra le più importanti non solo in Italia ma in tutto il continente europeo, per la presenza di antenati di mammiferi con dieta sia erbivora che carnivora. Inoltre rappresenta solo il secondo sito in tutta Europa dove sono stati ritrovati, negli stessi livelli stratigrafici, sia la impronte che i resti ossei degli animali che le hanno impresse.

    Ed arriviamo al Triassico…cioè ad oggi!
    Il nuovo recente studio, pubblicato qualche settimana fa sull’Italian Journal of Gosciences – riporta testimonianza delle prime tracce di tetrapodi del Triassico della regione della Nurra.
    I reperti icnologici sono stati trovati su blocchi di arenaria utilizzati per costruire una recinzione che limita un campeggio stagionale, nella zona costiera a nord del promontorio di Capo Caccia. Le caratteristiche litologiche e petrografiche consentono di collocare i blocchi alla porzione medio-alta dell’Arenaria di Cala Viola (Buntsandstein). Le impronte rilevate all’inteno dell’arenaria sono state riconosciute come appartenenti a Rhynchosauroides e al Rotodactylus, due comuni ichnotaxa di rettili appartenenti a faune del Triassico medio-superiode (247-201 milioni di anni fa) dell’Europa e degli Stati Uniti.

    Ad ogni campagna di scavo, non finiamo mai di stupirci cercando e scoprendo le tracce di un ricco passato, di cui questa regione ne è geloso custode, come una torre a guardia di un “porticciolo”.


    Pericolo acciughe – Divieto di balneazione!

    L’estinzione di fine Cretaceo è stata l’occasione per i gruppi di animali sopravvissuti di invadere nuove nicchie ecologiche. Molti gruppi di pesci “moderni” compaiono per la prima volta nei reperti fossili all’inizio del Paleogene (66-40 Ma) ma con un aspetto decisamente diverso da quello a cui siamo abituati oggi. 

    Un gruppo, i cui rappresentanti moderni sono in genere planctovori e di piccola taglia, come le acciughe, si mostrano in questo periodo con un aspetto decisamente diverso e più aggressivo rispetto a quello cui siamo abituati ad immaginarli.

    Nel recente studio, pubblicato poche settimane fa su “Royal Society Open Science” dal ricercatore italiano Alessio Capobianco (Università del Michigan) i due reperti eocenici esaminati (strettamente imparentati con le acciughe moderne) , provenienti dal Belgio e dal Pakistan, presentano evidenti caratteristiche predatorie, come grandi dimensioni e dentatura caniniforme. Ma la caratteristica più singolare è certamente la presenza di un unico e massiccio “dente a sciabola” nella mascella superiore.

    Questa scoperta evidenzia uno straordinario armamento evolutivo dopo l’estinzione del Cretaceo, con acciughe dai denti a sciabola — e altri “esperimenti falliti” senza analoghi esistenti — che vivono insieme a gruppi di pesci familiari che abitano gli oceani di oggi.

    I fossili “dell’acciuga dai denti a sciabola” rivelano quanto diversi i nostri condimenti per pizza sarebbero potuti apparire con alcuni colpi di scena evolutivi. 

    Artwork Joschua Knüppe