• “I seguiti sono intrinsecamente imprevedibili”

    Eccoci arrivati all’ultimo giorno di un anno che difficilmente dimenticheremo. 

    Questo 2020, che ormai volge al termine, lascia in ognuno di noi tracce di esperienze che certamente non avremmo mai pensato di vivere. Molte cose sono cambiate non solo nei rapporti con le atre persone, ma anche nella nostra quotidianità e nel nostro lavoro.

    Penso soprattutto ai bambini e ai ragazzi, a come l’interruzione delle attività scolastiche, sociali e ludiche hanno condizionato fortemente le loro vite. E’ stato un anno caratterizzato da chiusure e blocchi, un anno durante il quale molte attività e progetti non hanno visto la luce, ma questo 2020 è stato anche un periodo di grandi riflessioni, forse doverose in un mondo sempre più frenetico.

    Le crisi sono da sempre periodi di straordinaria accelerazione del progresso, e “riprendere fiato” ci ha dato l’opportunità di riflettere su quanto la scienza e le innovazioni tecnologiche siano importanti nella nostra vita e a quanto sia fondamentale, per la crescita di ognuno di noi, la Comunità. Sono state numerose le collaborazioni internazionali e le importanti novità che questo 2020 ha portato anche in ambito paleontologico: abbiamo scoperto che zone alle alte latitudini, come l’Alaska, non erano solo terre di passaggio ma luoghi in cui i dinosauri allevavano la loro prole; che i primi dinosauri nelle fasi riproduttive, avevano un comportamento più simile ai rettili che ai loro discendenti (gli uccelli);“risolto” il Cold Case che 66 milioni di anni fa causò l’estinzione più famosa della Storia della Terra, quandol’impatto dell’asteroide provocò un lungo inverno, i cui effetti hanno decimato gli ambienti ottimali per l’ecologia di molti gruppi di animali, e scagionato definitivamente il vulcanesimo; infine, un “colpo di coda”. Gli scavi dell’ultima campagna paleontologica nel Sahara marocchino hanno portato alla luce i resti fossili di una coda quasi completa di Spinosaurus.Questo fatto è importante anche in termini evolutivi, perché conferma che i dinosauri, animali prevalentemente di terraferma, oltre ad aver conquistato i cieli con il sottogruppo degli uccelli, si erano spinti anche in acqua, con il sottogruppo degli spinosauri. 

    Cosa ci riserverà questo 2021 alle porte? Non amo fare troppe previsioni e in questi momenti mi torna sempre in mente Ian Malcom: “I seguiti sono intrinsecamente imprevedibili”. 

    Buone scoperte a tutti voi. Buon 2021!

    Anna Giamborino
    Presidente Associazione Paleontologica A.P.P.I.

    Patologie ed enigmi (risolti e non) di un celebre adrosauro

    di Fabio Manucci

    Tra i molti tesori fossili del Royal Ontario Museum di Toronto (Canada) se ne ritrova uno particolarmente bizzarro ed iconico: il primo scheletro rinvenuto di Parasaurolophus, catalogato come ROM 768 e antico di 76 milioni di anni. Si tratta di un dinosauro erbivoro del gruppo degli adrosauri, animali spesso riconoscibili dalla presenza di creste che ne ornano il cranio. Tra tutte le specie note, Parasaurolophus è la forma crestata più appariscente e particolare, dotata di una sorta di tubo osseo piegato all’indietro e internamente cavo, un organo ritenuto oggi una cassa di risonanza utile ad amplificare i suoni. Questo tratto così difficile da spiegare lo ha reso per molti anni un vero enigma scientifico, trasformandolo anche in uno dei dinosauri più noti al grande pubblico, celebrato da film quali “Fantasia” di Walt Disney e “Jurassic Park”, con i suoi recenti seguiti. Malgrado questa notorietà si tratta di un adrosauro tra i più rari, di cui la specie P. walkeri, la prima descritta e quella qui esaminata, fu scoperta intorno al 1920 presso il Dinosaur Provincial Park in Alberta, regione dalla quale continuano a scarseggiare suoi ritrovamenti.

    The type specimen of Parasaurolophus walkeri (ROM 768) exhibited at the ROM in the opisthotonic “death pose” position as it was found in 1920.

    Un nuovo studio, appena pubblicato sulla rivista Journal of Anatomy, fa luce su nuovi aspetti di questo celebre dinosauro. A capo della ricerca Filippo Bertozzo, giovane paleontologo presso la Queen’s University di
    Belfast e specializzato proprio negli adrosauri. Filippo ha avuto la fortuna di occuparsi del ristudio del celebre ROM 768, fossile di una specie che da sempre lo affascina e che ha potuto analizzare da una nuova prospettiva inattesa, quella della paleopatologia. Questa disciplina riguarda l’analisi di malattie, ferite e traumi visibili ancora dai fossili, un ambito un tempo trascurato che sta vivendo ora una piccola rivoluzione, grazie anche a Darren Tanke, uno degli autori che han preso parte all’articolo. In fondo, a chi dovrebbero interessare le malattie di un animale estinto, non è certo curabile! Di sicuro a chi vuole indagare la biologia delle specie fossili anziché limitarsi a raccoglierle. Le patologie, proprio come in un caso criminologico, ci raccontano un’infinità di dettagli sullo stile di vita e l’anatomia, restituendoci informazioni altrimenti difficili da dedurre. In realtà la materia rimane tuttora innovativa e lo scheletro esposto a Toronto racchiude un’infinità di traumi e ferite, mai trattati in dettaglio. Filippo ha dedicato i suoi ultimi anni di ricerca allo studio delle paleopatologie, spostandosi in giro per il mondo, dal Canada alla Russia, per osservare quel che i fossili ancora dovevano raccontare a riguardo. E questo scheletro di Parasaurolophus ne ha davvero molte di “vecchie ferite” e altrettante storie da svelare. In particolare, una di queste patologie è da sempre un suo segno di riconoscimento, qualcosa che solo ROM 768 mostra e che si nota al primo sguardo: la sua schiena porta una sorta di “sella” infossata a forma di V, una concavità tra la settima e ottava vertebra dorsale. Per anni ha confuso i ricercatori portandoli alle ipotesi più bizzarre, mai però giunte ad un’analisi definitiva. Molte illustrazioni lo hanno ricostruito così, con un buco nella schiena. Dato che la V si presenta alla stessa altezza della testa, qualcuno aveva ipotizzato potesse facilitare il passaggio o l’appoggio dell’ingombrante cresta cranica, lunga quasi un metro e mezzo. In quest’ottica si trattarebbe di un tratto anatomico dell’animale, ma altri fossili non sembravano confermarlo. Questa ricerca chiarisce definitivamente la natura traumatica e casuale della “sella” e rivela molte altre patologie, tra cui una malattia parodontale alla mandibola (un’infezione o trauma nella regione della bocca), fratture alle costole e nelle ossa del bacino. Insomma, un animale molto “vissuto”, che aveva dovuto fare i conti con numerosi episodi traumatici, in qualche modo superati con successo, come ne dimostrano i segni di guarigione osservabili sulle ossa, di solito visibili dopo settimane se non mesi. Ma, come si è detto sopra, anche una patologia può suggerire implicazioni inaspettate e questo è proprio il caso della “sella”. Il trauma che l’aveva provocata sembrava spiegabile con l’urto subito con un oggetto pesante, qualcosa che lo avesse colpito quasi verticalmente. Forse un tronco caduto o un impatto di altro genere, vista la posizione alta della ferita, un’ipotesi magistralmente illustrata dal paleoartista Marzio Mereggia, con un’immagine ricca di dinamismo.

    Paleoart reconstruction of a plausible scenario explaining the fossilized injuries in the thorax of ROM 768. In a violent rain and windstorm, a large tree (Platanaceae) falls on an adult Parasaurolophus walkeri, while the group is escaping. The tree falls vertically on the back of the animal, hitting the rib cage and the neural spines of the anterior dorsal vertebrae. Artwork Marzio Mereggia.
    Paleoart reconstruction of a plausible scenario explaining the fossilized injuries in the thorax of ROM 768. In a violent rain and windstorm, a large tree (Platanaceae) falls on an adult Parasaurolophus walkeri, while the group is escaping. The tree falls vertically on the back of the animal, hitting the rib cage and the neural spines of the anterior dorsal vertebrae. Artwork Marzio Mereggia

    Per quanto studiandolo sia evidente l’origine patologica, le vertebre non sono però “spezzate” e la loro particolare divaricazione a V può essere indicativa anche di altri aspetti più anatomici, non subito visibili dalle ossa. E qui è entrata in gioco anche la mia parte, lo studio di ricostruzione. Discutendone a lungo, abbiamo ipotizzato la possibilità che la posizione e forma della “sella” potessero fornire indizi sulla presenza in vita di un legamento nucale, una spessa struttura elastica che avrebbe aiutato a sostenere il collo e la testa, oltre a favorirne la mobilità. Qualcosa di simile a quanto si nota facilmente nel massiccio collo dei cavalli e delle mucche, ma presente in moltissime specie, inclusi a loro modo anche i coccodrilli e alcuni uccelli. L’ipotesi era già stata dibattuta in dettaglio per altri dinosauri, in particolare i sauropodi dal lungo collo che, viste le proporzioni incredibili, avrebbero giovato particolarmente di questa struttura. Ma è un dettaglio rimasto trascurato negli altri dinosauri e di cui spesso si vedevano ricostruzioni senza però un effettivo studio alle spalle. Per risolvere questo aspetto ci ha aiutati Matthew Dempsey, studente dottorale presso l’Università di Liverpool e coautore della ricerca, molto competente nello studio muscolare e biomeccanico dei dinosauri. Matthew ha ricostruito le differenti varianti del legamento nucale, stabilendo i probabili punti di origine e inserzione, sulla base anche del range di variabilità presente negli animali moderni e sfruttando l’indizio stessa della patologia, corrispondente a dove si riteneva si originasse il legamento in altri dinosauri. Il risultato è un collo non più snello, come appare dalle ossa e dalle prime ricostruzioni, ma spesso e muscoloso, perfettamente adatto ad un erbivoro quadrupede. Un tempo si riteneva che questi dinosauri fossero semiacquatici e anche il collo era inteso in analogia con quello di un’anatra, sottile e flessibile. Qualcuno era persino arrivato ad immaginare la cresta come un boccaglio, per respirare mentre la testa veniva immersa; ma il tubo mancava di un foro che lo permettesse. Per nascondere l’inusuale “sella” per molti anni si è immaginata una sorta di vela di pelle, che andava proprio a finire dove si trova la patologia. Lo stesso stratagemma è visibile anche per il film “Fantasia”, ispirato alla scienza e paleoarte del primo Novecento. Dagli anni ’70 si è però resa sempre più evidente la terrestrialità di questi animali e pressochè di tutti i dinosauri, dandoci ora un contesto perfetto anche per il legamento nucale. Questa idea era già stata applicata a molte ricostruzioni, grazie in particolare ai paleoartisti e ricercatori Stephen Czerkas e Gregory Paul, che osservando le mummie fossili di alcuni adrosauri (conservate con ampie impronte di pelle) avevano ipotizzato la presenza di un collo più taurino. Malgrado ciò mancava al momento uno studio che valutasse più in dettaglio l’ipotesi. Nell’articolo viene anche fornita un’analisi della storia delle ricostruzioni, mettendone a nudo i retroscena e costringendoci, seppur con dispiacere, ad escludere la famosa vela vista in “Fantasia”, così come l’ipotesi di un collo aggrazziato e sottile. Entrambe queste interpretazioni sono ancora molto raffigurate e restano le più familiari al pubblico. Gli adrosauri mostrano anche una fitta rete di “tendini ossificati”, strutture che irrigidiscono la schiena e la coda di questi animali e che, in modo curioso, si fanno evidenti proprio a partire dalla zona della “sella” e quindi del potenziale legamento. Il che avrebbe senso, considerata la necessaria mobilità del collo e delle sue strutture annesse, spiegando anche perché da un lato la V si pieghi in avanti, con lo sforzo sottoposto dal legamento nucale, dall’altro all’indietro, sotto l’effetto delle ossificazioni della schiena. Il tutto merita però di essere approfondito e verificato con ulteriori studi: da una reinterpretazione delle mummie fossili, ancora poco studiate, all’analisi microscopica delle ossa, oltre ad un quadro generale che compari questo animale con altri suoi simili e le specie viventi. E’ quindi ancora una strada aperta a molte possibili scoperte che, come si è visto, possono cominciare anche osservando le “preziose” paleopatologie.

    #IoGeologo

    La geologia fa parte della nostra vita più di quanto a volte possiamo immaginare e, con uno sguardo al passato, ci aiuta a garantire al nostro pianeta e a noi un futuro migliore.
    Abbiamo accolto l’appello che quest’anno la Società Geologica Italiana ha voluto lanciare a tutti i ragazzi che stanno per intraprendere un percorso universitario, un messaggio forte sul futuro che li attende e sul futuro del nostro pianeta, cercando spingerli verso un percorso di studi che li porti a diventare scienziati, professionisti, insegnanti al servizio del nostro #pianeta sempre più spesso dimenticato.

    Una storia lunga miliardi di anni da studiare, comprendere, rispettare e amare

    Il pianeta Terra è un sistema complesso, con un susseguirsi di eventi strettamente connessi tra loro, come anelli di una catena, e che nel tempo ha portato a ciò che abbiamo e a ciò che siamo: ospiti di un pianeta che vive, respira e muta, un mondo che ci parla attraverso sistemi ed equilibri delicati, ricco di segreti ancora da svelare e codici da decifrare.

    La continua ricerca di risposte ancora mancanti ha da sempre portato l’uomo ad espandere le proprie conoscenze sui fenomeni complessi terrestri. Oggi, molti di questi che si sviluppano a scala locale e globale, sono compresi da tutti, tanti altri attendono ancora di essere interpretati.

    Quando la vita sulla Terra fu a un passo da scomparire per sempre

    Il recupero delle comunità terrestri dopo la grande estinzione di massa Permo-Triassica

    L’estinzione di massa al limite Permiano-Triassico può essere considerata come la più grande crisi biotica sperimentata dal nostro pianeta nel Fanerozoico, con un estinzione di specie sia marine che terrestri che superò il 90%. L’ipotesi ad oggi maggiormente accettata per spiegare la grande estinzione prevede una eruzione iniziale dell’enorme provincia ignea dei Trappi Siberiani, con l’eruzione stimata di oltre 1000 gigatonnellate di lave, e risultante immissione nell’atmosfera di una quantità enorme di aerosol solfatici e metano. Questi gas serra hanno dunque portato a un consistente riscaldamento globale e alla produzione di piogge acide, causando direttamente la morte di gran parte della vegetazione e un’intensiva erosione del suolo. Una crisi profonda delle piante, ovvero produttori primari negli ecosistemi, ha necessariamente portato al collasso di gran parte delle catene trofiche all’inizio del Triassico.

    A una crisi di tale portata ha fatto seguito un lungo periodo di recovery nel Triassico Inferiore e Medio che ha totalmente rivoluzionato la struttura complessa degli ecosistemi sia marini che terrestri: un processo che ha influenzato enormemente il corso dell’evoluzione dei tetrapodi nel resto del Mesozoico e per tutto il Cenozoico. Dopo l’estinzione infatti si assiste alla comparsa di gruppi totalmente nuovi, tra cui ad esempio decapodi e rettili marini negli oceani e nuovi tetrapodi sulla terra ferma. Tra gli arcosauri compaiono per la prima volta gli avemetatarsali, linea che porterà all’evoluzione dei dinosauri e degli pterosauri.

    Il processo di ripresa degli ecosistemi sia marini che terrestri fu estremamente lungo e graduale, per una combinazione di perturbazioni ambientali ancora in atto per un lungo periodo e il rinstaurarsi di interrelazioni complesse tra le specie nei nuovi ambienti disponibili. Il Triassico Inferiore fu infatti caratterizzato de perturbazioni climatiche estreme, con condizioni anossiche (assenza di ossigeno) e alcaline negli oceani che rendevano difficile la ripresa degli ecosistemi, e un aumento considerevole della temperatura con espansione dei deserti e fasce aride alle alte latitudini nord e sud. I livelli di ossigeno diminuivano costantemente mentre aumentavano quelli della CO2, con ripetute crisi assimilabili a “effetti serra” che ebbero un’influenza consistente sul tempo e modo della ripresa della vita.

    Considerando la grande importanza del Triassico Inferiore per la ristrutturazione degli ecosistemi dopo la grande estinzione di massa Permo-Triassica, un gruppo di ricerca, coordinato da Marco Romano della Sapienza, Università di Roma, in collaborazione con Massimo Bernardi e Fabio Massimo Petti del MUSE – Museo delle Scienze di Trento, Bruce Rubidge e John Hancox della University of the Witwatersrand di Johannesburg in South Africa e Michael J. Benton della University of Bristol (UK), ha analizzato nel dettaglio il record di tetrapodi in tutto il mondo proveniente da depositi riferiti al Triassico Inferiore.
    I dati, raccolti da oltre 25 paesi, hanno portato alla costruzione di un grande dataset formato da circa 7000 esemplari, che ha permesso per la prima volta un’analisi semi-quantitativa circa la distribuzione e abbondanza relativa delle faune subito dopo la grande estinzione.

    “Elemento fondamentale della ricerca è stata l’integrazione dei classici dati scheletrici con le evidenze icnologiche, ovvero le impronte fossili dei vertebrati. È abbastanza noto che gli ambienti sedimentari che conservano gli scheletri molto spesso non conservano le impronte e viceversa. Ne segue che considerando solo una delle due evidenze si corre il rischio di lavorare su un record in realtà frammentario e non completo, elemento che può portare anche a conclusioni perlopiù errate o fuorvianti” ha spiegato Marco Romano.

    I risultati della ricerca, in grado di far luce su uno dei momenti più importanti per la storia sul nostro pianeta, il momento in cui la vita sulla Terra fu a un passo da scomparire completamente, sono stati pubblicati questa settimana sulla prestigiosa rivista Earth-Science Review in uno studio dal titolo Early Triassic terrestrial tetrapod fauna: a review.

    Studi classici sul recupero dopo la grande estinzione hanno sempre sottolineato una marcata uniformità e cosmopolitismo delle faune terrestri nel Triassico Inferiore in tutta la Pangea. Il nuovo studio diversamente sottolinea una regionalizzazione molto marcata delle faune e dei diversi gruppi, con organismi distribuiti in modo non uniforme nella varie zone e fasce paleoclimatiche in larga parte in connessione con le loro richieste ecologiche. Ad esempio i temnospondili, gruppo strettamente collegato alla presenza di acqua sia per la riproduzione che per l’alimentazione, mostrano una maggiore concentrazione alle alte latitudini nord e sud dove, nonostante il riscaldamento globale del Triassico Inferiore, poteva trovarsi un clima temperato che permetteva la persistenza di specchi d’acqua dolce. Altri gruppi meno legati strettamente ad ambienti acquatici come gli arcosauri o i lepidosauri occupavano maggiormente le zone delle medie e basse latitudini, essendo pre-adattati a condizioni di aridità estrema.

    Recentemente, inoltre, alcune ricerche avevano individuato la così detta “fascia della morte” o “death belt” per la vita nel Triassico Inferiore: una zona cioè totalmente priva di esseri viventi a causa delle temperature e aridità estremamente elevate che, secondo questi studi, si estendeva tra le paleolatitudini 15°N e 31° S. Nel nuovo studio Romano e colleghi hanno dimostrato come in realtà questa fascia abbastanza ampia derivi essenzialmente dal fatto di considerare solo i resti scheletrici, ignorando completamente le impronte dei tetrapodi. Impronte che diversamente per loro stessa natura sono necessariamente in posto, ovvero si trovano dove sono state lasciate, e non possono essere rimaneggiate o trasportate (processi che invece interessano spesso le carcasse degli organismi dopo la morte). Nel nuovo studio, includendo anche le numerose impronte descritte per il Triassico Inferiore, è stato possibile restringere la fascia di totale assenza di tetrapodi tra i 30°Nord e 40°Sud.

    In fine, i risultati ottenuti con la cluster analysis, metodo che permette tramite software specifici di unire in gruppi le paleo-regioni con la composizione di faune più simili, ha fornito risultati del tutto consistenti con le ricostruzioni paleogeografiche trovate in letteratura. Altro elemento molto interessante risulta che tale composizione delle faune (abbondanza relativa dei diversi gruppi) dopo il recupero nel Triassico Inferiore risulta essere del tutto sovrapponibile a quella ottenuta per il Permiano Superiore da Bernardi e colleghi. Quindi, nonostante l’effetto devastante sulla vita della più grande estinzione di massa, gli ecosistemi dopo il recupero sembrano mantenere una sorta di “impronta” ereditata da prima della grande crisi. Un elemento molto interessante su cui varrà la pena concentrare gli studi futuri.

    Figura 2. Risultati della cluster analysis basata sulle liste faunistiche e le abbondanze relative dei diversi taxa, plottata sopra una mappa paleobiogeografia del Triassico Inferiore. Le affinità riscontrate indicano tre maggiori raggruppamenti (cluster) per il Triassico inferiore, del tutto coerenti con le occurrence dei tetrapodi e la distribuzione paleoclimatica (originale in Romano M. et al. 2020. Earth-Science Reviews).

    Copertina: Composizione delle faune a tetrapodi e abbondanze relative degli 11 ecosistemi meglio documentati per il Triassico Inferiore, rappresentati secondo le paleolatitudini (originale in Romano M. et al. 2020. Earth-Science Reviews).

    Prorogata!

    Visto il positivo riscontro di pubblico, è stata prorogata fino al 25 ottobre 2020 l’apertura della mostra Dinosauri in Carne e Ossa a Rovereto.

    Allestita presso il Parco dell’ Ex Asilo Nido Manifattura di Rovereto (via delle Zigherane 1D), l’esposizione è organizzata dall’Associazione Paleontologica Paleoartistica Italiana APPI e promossa dal Comune di Rovereto in collaborazione con MUSE -Museo delle Scienze, Fondazione Museo Civico e GeoModel di Mauro Scaggiante e con il supporto di Apt Rovereto e Vallagarina e Prehistoric Minds.

    A fianco delle spettacolari ricostruzioni a grandezza naturale dei dinosauri e degli altri animali preistorici che caratterizzano il format DCO, è presente una sezione multimediale a cura del Muse (Trento), dedicata alle orme fossili dei Lavini di Marco, una testimonianza vecchia 200 milioni di anni del passaggio dei dinosauri in queste terre.
    Inoltre, per tutti i soci APPI è prevista una particolare tariffa ridotta!

    Maggiori informazioni su www.paleoappi.it/dinosauri-in-carne-e-ossa/

    PODCAST: L’Estinzione dei Dinosauri

    A cura di Co.scienza
    https://trascienzaecoscienza.wordpress.com/


    L’episodio proposto riguarda l’estinzione di massa che 66 milioni di anni fa ha visto i protagonisti più celebri del Mesozoico: i dinosauri.
    PODCAST su Spotify

    L’asteroide, colpendo la piattaforma carbonatica dello Yucatán, con il conseguente rilascio di grandi quantità di particelle e gas nell’atmosfera, ha bloccato la radiazione solare e causato così condizioni di inverno permanente.
    Anche le eruzioni vulcaniche dei Trappi del Deccan, nell’attuale India, produssero notevoli quantità di polveri e gas, ma con effetti su scale diverse rispetto all’impatto extraterrestre. Diversi studi hanno dimostrato come le emissioni di gas serra da queste province magmatiche abbiano probabilmente causato diversi episodi di riscaldamento globale, prima, durante e dopo l’estinzione di massa.
    Ai microfoni il paleontologo Alessandro Chiarenza, autore dello studio pubblicato poche settimane fa sulla rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences)

    Master in Comunicazione delle Scienze

    Fino al 2 ottobre 2020 saranno aperte le iscrizioni al XX corso del Master in Comunicazione delle Scienze dell’Università di Padova

    Il “Master in Comunicazione delle Scienze” ha l’obiettivo di formare professionisti della comunicazione pubblica della scienza e della tecnologia in grado di operare in molteplici settori:
    – giornalismo scritto, radiofonico, televisivo e su internet;

    – comunicazione istituzionale e d’impresa;
    – editoria tradizionale e multimediale;
    – musei e mostre scientifiche;
    – promozione e gestione di iniziative di diffusione di cultura scientifica.

    Le attività formative, tenute da novembre 2020 a luglio 2021 nei giorni di venerdì (l’intera giornata) e sabato (mattina), comprendono: lezioni, laboratori, esercitazioni e seminari. Inoltre fa parte integrante delle attività formative un tirocinio professionalizzante (stage) di 200 ore presso aziende, enti e istituzioni convenzionate, da svolgere tra gennaio e giugno 2021.

    La peculiarità del Master è quella di offrire a studenti provenienti da diversi ambiti disciplinari e professionali (scientifici, tecnici e umanistici) la maturità culturale necessaria e gli strumenti operativi adeguati per acquisire e trasmettere informazioni sugli attuali sviluppi della scienza e della tecnica in modo comprensibile e rigoroso, per interagire efficacemente con i protagonisti della ricerca nei vari campi, per organizzare le strutture finalizzate alla comunicazione istituzionale, per promuovere e gestire iniziative di diffusione della cultura scientifica.

    Gli studenti vengono preparati a lavorare nell’ambito di vari media, da quelli più tradizionali ai servizi di rete sociale (social network), a predisporre e gestire piani di comunicazione per enti di ricerca e istituzioni, pubbliche o private, quali le università e le scuole, le strutture sanitarie, i musei scientifici e i “science center”, le imprese. Il confronto tra studenti provenienti da aree disciplinari diverse arricchisce l’esperienza formativa.

    I docenti del master sono specialisti attivi a livello universitario o sul campo (in particolare, direttori di istituzioni scientifiche, giornalisti, direttori e conservatori dei musei) scelti per preparazione ed esperienze specifiche.

    È possibile frequentare anche il corso singolo “Comunicazione digitale e social media”.

    Per l’ammissione si richiede almeno una laurea triennale, o di vecchio ordinamento, in qualsiasi ambito disciplinare scientifico, tecnico o umanistico. Il superamento del corso dà diritto a 60 crediti.

    Ulteriori informazioni sul Master e sulle modalità d’iscrizione si trovano alle pagine http://mcs.fisica.unipd.it e http://www.unipd.it/comunicazione-scienze, e sulla pagina facebook mcsunipd.

    Locandina_20_21 Master in Comunicazione delle Scienze

     

    Una Domenica con Dino

    In occasione dell’evento organizzato a Rovereto dall’Associazione Paleontologica APPI Dinosauri in Carne e Ossa, tutte le domeniche, a partire dal 12 luglio e fino al 27 settembre potrai vivere un’esperienza a tutto tondo nel Giurassico!

    L’appuntamento è alle 9 ai Lavini di Marco con gli esperti della Fondazione Museo Civico di Rovereto. Dopo la visita al sito paleontologico e una pausa per il pranzo, si accede alla mostra. Il ritrovo davanti all’ex Asilo della Manifattura di Borgo Sacco è alle 15:30, ingresso previsto alle 15.45.

    Durante la visita al sito paleontologico dei Lavini di Marco saranno presentate le orme e le piste maggiori, raccontate attraverso “tappe tematiche” la geologia e l’evoluzione della regione. A seguire, l’esperienza si concluderà con la visita alla mostra Dinosauri in Carne e Ossa, presso il Parco dell’ex Asilo Nido Manifattura di Borgo Sacco.
    Protagonisti, i giganteschi dinosauri dominatori dell’Era Mesozoica, come il Tirannosauro e il Diplodoco, e tante altre specie vissute in un arco di tempo di 200 milioni di anni, fino ai giorni nostri: alcune altrettanto iconiche, come il Mammut e la tigre dai denti a sciabola, simboli dell’era glaciale, altre più piccole o meno note, ma non per questo meno evocative di Mondi primordiali oggi scomparsi.

    Prenota entro le ore 18 del martedì precedente l’uscita scrivendo a info@visitrovereto.it
    www.visitrovereto.it/vivi/eventi/dinosauri-in-carne-ed-ossa/

    Un Pulcino in Alaska

    Una mandibola fossile dal Circolo Polare Artico dell’Alaska rivela nuove informazioni sull’identità di un nuovo dinosauro carnivoro e sulle abitudini non migratorie di questi animali del passato.

    Un frammento di mandibola dall’Alaska rappresenta un raro esemplare di dinosauro dromeosauride dall’Artico, secondo lo studio pubblicato oggi sulla rivista scientifica PLOS ONE da un gruppo di ricerca guidato dal paleontologo italiano Alfio Alessandro Chiarenza (University College London e Imperial College London, UK).
    Il team include Anthony Fiorillo (Southern Methodist University, Texas), Ron Tykoski e Dori Contreras (Perot Museum of Nature and Science, Texas), Paul McCarthy (University of Alaska, Fairbanks, Alaska), Peter Flaig (University of Texas at Austin, Texas).

    Arctic Raptor Jaw_©A. Chiarenza


    I Dromeosauridi furono un gruppo di dinosauri predatori vicini evolutivamente agli uccelli, comprendente specie iconiche come il Deinonychus e il Velociraptor (resi popolari dal celebre film Jurassic Park del 1993 e successivamente dal film di animazione Dinosauri, 2000). Questi teropodi vivevano in diversi continenti, ma le loro ossa spesso piccole e delicate, raramente si conservano nel record fossile, complicando gli sforzi degli studiosi di ricostruire la loro storia evolutiva e la loro distribuzione fra i diversi continenti.

    Dalla formazione geologica Prince Creek, nel nord dell’Alaska, proviene la più grande collezione di dinosauri polari al mondo, datati intorno a 70 milioni di anni, ma fino a questo momento gli unici fossili rinvenuti attribuibili a dromeosauri erano rappresentati soltanto da pochi denti isolati e frammentari. Questa porzione di mandibola lunga appena 14 mm, e che preserva la punta anteriore dell’osso, è il fossile più completo proveniente da queste latitudini. Le analisi anatomiche e statistiche indicano che questo fossile apparteneva a uno stretto parente del dromeosauro nordamericano Saurornitholestes.

    Si pensa che i dromeosauri provenissero dall’Asia, e che abbiano raggiunto successivamente il Nord America quando l’Alaska rappresentava un ponte naturale per la migrazione delle specie fra questi due continenti.
    Il nuovo fossile è un importante tassello nella comprensione di quei dinosauri che nel tardo Cretacico vivevano a queste latitudini estreme.

    Inoltre, lo stadio di crescita dell’individuo rappresentato da questo fossile, verificabile grazie alle dimensioni e alla struttura del tessuto osseo fossilizzato, ci suggerisce che l’animale era probabilmente nato da poco e verosimilmente nella zona circostante.

    Details of the fossil jaw from the Alaska Dromaeosaurid dinosaur


    A differenza di quel che si pensava in passato, e che vedeva l’Alaska come un territorio di passaggio perché climaticamente “ostile”, queste evidenze suggeriscono che nonostante il freddo e almeno quattro mesi annui di totale oscurità (alla fine del Cretacico l’intera area si trovava più a nord dell’attuale, tra gli 80° e i 90° lat.), i dinosauri vi si stabilissero e che trovassero le condizioni ambientali favorevoli alla riproduzione e allo sviluppo.

    Fossil Site Map


    “Se i giovani di questi dinosauri sono stati rinvenuti in quest’area, significa che queste specie dovevano spendere molto tempo nella zona per potersi accoppiare, nidificare e crescere. I pulcini di dinosauro probabilmente non erano fisicamente in grado di migrare per migliaia di chilometri nelle latitudini più meridionali, e questo ci fornisce indicazioni indirette sul fatto che questi animali erano probabilmente residenti perenni dell’Artico preistorico.” Rivela il coautore dello studio Dr Anthony Fiorillo.

    «Questo ritrovamento è particolarmente eccezionale in quanto vi è una particolare difficoltà a reperire fossili di ossa così sottili e delicate, poiché, data la loro fragilità, vengono distrutte dagli agenti esterni ben prima della fossilizzazione. Ancor più raro è trovarne di esemplari così giovani. Possiamo dire quindi che si tratta del classico caso di un ago in un pagliaio». Dice il Dr Alessandro Chiarenza, primo autore dello studio.

    I risultati di questa ricerca sono pubblicati oggi nella rivista scientifica internazionale open access PLOS ONE.

    Chiarenza A.A., Fiorillo A.R., Tykoski R.S., McCarthy P.J., Flaig P.P., Contreras D.L. 2020.
    The first juvenile dromaeosaurid (Dinosauria: Theropoda) from Arctic Alaska.
    PLOS ONE. DOI: 10.1371/journal.pone.0235078

    In copertina: Illustrazione scientifica da parte del paleoartista Andrey Atuchin che mostra il pulcino di dromeosauro sul ramo vicino ad un adulto, mentre un esemplare subadulto insegue un topo marsupiale (Unnuakomys hutchisoni). Alcuni individui del ceratopside Pachyrhinosaurus perotorum riposano sullo sfondo.

    Il Lato “Soft” dei Dinosauri

    La ricerca, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature e condotta da Mark Norrel, dell’American Museum of Natural History, che vede anche il coinvolgimento di Jasmina Wiemann e del paleontologo italiano Matteo Fabbri (Yale University), ha dimostrato che le prime uova di dinosauro erano soffici!

    Come per i coccodrilli, stretti parenti dei dinosauri mesozoici, e per gli uccelli, loro discendenti, si è sempre pensato che le uova dei dinosauri fossero dure, cioè con un guscio calcificato. I loro resti fossili sono particolarmente rari, ma le testimonianze giunte finora non lasciavano dubbi: le uova dei grandi rettili del passato un guscio rigido e spesso come quelle della maggior parte dei rettili moderni e degli uccelli.

    Il guscio duro è un elemento che isola e costituisce una barriera protettiva per l’embrione dai microorganismi esterni e dall’essiccazione. I rettili, hanno infatti sviluppato questo tipo di guscio poiché l’ambiente terrestre presenta delle condizioni ambientali più “difficili” rispetto a quelle dell’ambiente acquatico, e questo ostacolerebbe lo sviluppo dell’embrione stesso.

    Ma la ricerca pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica Nature e condotta da Mark Norrel, dell’American Museum of Natural History, e che vede anche il coinvolgimento di Jasmina Wiemann e del paleontologo italiano Matteo Fabbri, entrambi della Yale University, ha dimostrato che le prime uova di dinosauro erano soffici!

    Le analisi geochimiche sono state effettuate sui resti di due diversi gruppi di dinosauro di cui per primi nel tempo ci sono giunte testimonianze di uova fossilizzate, il Mussasaurus (Triassico sup.) – uno dei primi sauropodi di cui sono stati rinvenuti resti fossili di uova e Protoceratops (Cretacico sup.), di cui si hanno i primi resti fossili di uova per il gruppo dei ceratopsi. L’analisi conferma la composizione organica di queste uova di dinosauro dal guscio morbido, rivelando una struttura stratificata che ricorda il guscio d’uovo delle tartarughe azzannatrici attuali.

    I ricercatori si sono concentrati sulle composizioni minerali e chimiche dei fossili, tra cui un alone di colore scuro e biancastro che circonda gli embrioni fossilizzati: sono stati confrontati i gusci d’uovo di Protoceratops e Mussaurus con quelli di altri diapsidi, rivelando che il primo uovo di dinosauro era a guscio molle. L’uovo di dinosauro calcificato a guscio duro si è evoluto in modo indipendente (omoplasia) almeno tre volte durante il Mesozoico, spiegando così la tendenza di gusci duri nel record fossile per i dinosauri comparsi successivamente. 

    Abbiamo cercato eventuali residui di una membrana proteica a guscio d’uovo: sono stati fondamentalmente messi a confronto un gran numero di campioni attuali e fossili per costruire un set di dati che diano un’idea complessiva del quadro molecolare del guscio d’uovo nel tempo.
    Probabilmente questi dinosauri seppellivano le loro uova per mantenerle così umide e protette, esattamente come fanno oggi molte tartarughe, serpenti e lucertole.

    Questa nuova informazione, insieme alle precedenti ricerche di alcuni paleontologi sulle strategie di nidificazione dei dinosauri, ci restituisce una visione più chiara e completa della nidificazione e delle cure parentali dei dinosauri, di cui ancora si conosce pochissimo.

    Wiemann e Fabbri hanno dichiarato che la nuova scoperta mostra che i tre gruppi principali dei dinosauri – Ornithischia, Sauropodomorpha e Theropoda – presentavano tutti, nelle loro forme primitive, gusci d’uovo morbidi e le uova a guscio duro e calcificato si sono evolute successivamente in maniera indipendente per ogni gruppo.

    In sostanza, facendo un passo indietro e guardando i dati molecolari, abbiamo scoperto che i primi dinosauri nelle fasi riproduttive, avevano un comportamento più simile ai rettili che ai loro discendenti, gli uccelli “, ha detto Fabbri.