• Cariocecus, uno dei primi adrosauroidi

    di Fabio Manucci

    Alla fine del Giurassico vi fu un’importante estinzione di massa, che cambiò per sempre anche le faune a dinosauri. Se prima vi erano molti sauropodi (i celebri dinosauri dal collo lungo) a partire dal Cretaceo inferiore gli ecosistemi di tutto il mondo vedono espandersi un nuovo gruppo di grandi erbivori: gli adrosauroidi. Il passaggio dagli iguanodonti a questi animali rimane, come il periodo della loro origine, ancora nebuloso, ma una nuova specie dal Portogallo aggiunge un importante tassello per comprenderne l’evoluzione. La ricerca vede come autori anche due italiani da lungo tempo collaboratori dell’associazione: il team è guidato dal Dr. Filippo Bertozzo e vede la partecipazione del paleoartista Fabio Manucci, insieme ad uno sforzo congiunto di ricercatori di varie nazionalità (Portogallo, Belgio, Stati Uniti).
    La nuova specie è stata battezzata Cariocecus bocagei, pubblicata nella prestigiosa rivista internazionale Journal of Systematic Palaeontology. Questo dinosauro erbivoro vagava nelle lussureggianti valli della regione portoghese di 125 milioni di anni fa. Il reperto, SHN.832 (la sigla del cranio rinvenuto), è preservato nelle collezioni della Società di Storia Naturale di Torres Vedras ed è stato trovato nella costa occidentale del Portogallo, poco più a sud di Lisbona, nel comune di Sesimbra.
    Il nome Cariocecus si riferisce all’antica divinità della guerra ‘Cariocecus’, riverita dalle popolazioni localin el periodo pre-romanico (il nome di tale divinità venne successivamente cambiato in Marte e Ares con la conquista territoriale dei Romani). La specie bocagei è in onore di José Vicente Barbosa du Bocage, uno dei più famosi naturalisti portoghesi del secolo scorso.
    “La scoperta del primo iguanodonte dal Cretaceo Inferiore portoghese ha una importanza cruciale nel capire la storia evolutiva del loro gruppo” afferma il Dr. Bertozzo, “Abbiamo un’abbondante diversità di animali simili più antichi nel Giurassico Superiore del Portogallo. Questo paese si rivela quindi essere un importante “ponte” tra le dure ere geologiche che ci permetterà di scoprire i segreti del successo evolutivo degli iguanodonti”.
    Cariocecus bocagei è stato trovato nei pressi di Praia do Area do Mastro nel 2016 grazie all’occhio attento di Pedro Marrecas, uno dei coautori dello studio. Il fossile era solo parzialmente visibile nel blocco di roccia grazie alla fila di denti che sporgevano, e solo l’accurato lavoro di restauro al Museo di Bruxelles ha potuto far si che questo nuovo adrosauroide ritornasse alla luce.
    “Cariocecus è quindi un ritrovamento eccezionale per il Portogallo, dato che è rappresentato dal cranio di dinosauro più completo mai trovato finora nella regione” spiega Bruno Camilo, direttore della Società di Storia Naturale di Torres Vedras, “trattandosi di un esemplare giovane o subadulto, ci permette di conoscere il momento e le modalità in cui ha avuto luogo la co-ossificazione delle ossa craniche durante la crescita”.

    I fossili originali che compongono il cranio di Cariocecus bocagei


    L’eccezionale conservazione e la tridimensionalità dei vari elementi del cranio di Cariocecus hanno permesso la ricostruzione digitale della copia del cervello, dei nervi cranici, ma soprattutto dell’orecchio interno. Inoltre, il cranio presente alcuni tratti molto peculiari, mai osservati prima, come la fusione tra l’osso jugale e il mascellare, un adattamento probabilmente atto a rafforzare il morso.

    Ritratto di Cariocecus bocagei e di come sarebbe potuto apparire l’habitat della Formazione Papo Seco nel Cretaceo Inferiore. Realizzata da Victor F. Carvalho.
    Ricostruzione digitale del cranio di Cariocecus bocagei, da notare la membrana sopraorbitale.
    Artwork di Fabio Manucci


    Provando a ricostruire il cranio in tutte le sue parti, il paleoartista e coautore dello studio Fabio Manucci ha aggiunto le parti mancanti e corretto quelle deformi del fossile. Questo ha portato Manucci e gli altri autori a ipotizzare la presenza di tessuti ed elementi anatomici finora poco studiati. In particolare, uno dei tratti più distintivi di Cariocecus è la posizione bassa dell’osso sopraorbitale (la barra che taglia l’orbita formando una sorta di “sopracciglio”). Questa barra presenta segni dei tessuti connettivi che vi si ancoravano, andando a formare una estesa membrana che proteggeva la parte superiore dell’orbita. Questa peculiarità è presente anche in molti uccelli: è molto visibile nei rapaci, dando loro il tipico sguardo corrucciato e utile nel proteggere gli occhi da un’intensa esposizione diretta ai raggi solari. Il Dr. Bertozzo e il suo team hanno ipotizzato che tale membrana potesse avere similmente un ruolo di protezione degli occhi, ma in questo caso legato alla vita forestale del dinosauro.
    In conclusione, solo una parte del cranio di Cariocecus è stata finora scoperta, ma ulteriori spedizioni e ricerche nella zona nei prossimi anni potrebbero portare alla luce nuovi reperti, dandoci la possibilità di ricostruire l’animale nella sua interezza.

    Il cranio di Cariocecus bocagei durante i lavori di restauro effettuati da Stephan Berton dell’Istituto Reale di Science Naturali a Bruxelles (Belgio)

    Le impronte fossili nella Nurra raccontano “i primi passi” dopo la più grande estinzione del Pianeta

    Nel cuore della Nurra, nel nord-ovest della Sardegna, a pochi passi dal promontorio di Capo Caccia, un campeggio stagionale celava un segreto preistorico. Alcuni blocchi di arenaria usati come recinzione mostravano strane depressioni. Nel 2017, un gruppo di paleontologi ha riconosciuto in quelle forme le prime impronte di tetrapodi del Triassico mai scoperte in Sardegna. Le orme provengono da blocchi staccatisi dalla parte medio-superiore delle Arenarie di Cala Viola, una formazione geologica risalente all’Anisico (circa 245 milioni di anni fa). Il ritrovamento è eccezionale: si tratta della prima testimonianza diretta della fauna terrestre che ha popolato l’isola subito dopo la più grande estinzione di massa della storia, quella di fine Permiano. Per capire l’importanza di questa scoperta, bisogna ricordare che l’estinzione di fine Permiano, avvenuta circa 252 milioni di anni fa, fu l’evento più drammatico nella storia della vita sulla Terra. Oltre il 90% delle specie marine e circa il 70% di quelle terrestri scomparvero in un lasso di tempo geologicamente brevissimo, probabilmente a causa di una combinazione di imponenti eruzioni vulcaniche, cambiamenti climatici estremi e collasso degli ecosistemi. I pochi sopravvissuti si trovarono in un mondo instabile e ostile, ma quasi privo di competitori. Il Triassico rappresentò quindi un’epoca di lenta rinascita: nuovi gruppi animali si diversificarono, colonizzando nuovamente terre e mari. Le impronte rinvenute in Sardegna appartengono proprio a questo momento di transizione, quando la vita muoveva i primi passi verso una nuova era dominata dagli arcosauri e, più tardi, dai dinosauri.

    Le impronte trovate, lunghe circa 1 cm, sono state analizzate con tecniche di fotogrammetria digitale 3D, che hanno permesso di ricostruire con precisione la loro forma e profondità. Sono orme minuscole, ma incredibilmente dettagliate, lasciate da animali leggeri su un terreno sabbioso e umido. La maggior parte delle tracce è riferibile all’ichnogenere Rhynchosauroides: orme pentadattili (cinque dita), con dita affusolate e divergenti, attribuite a piccoli neodiapsidi, probabilmente simili ai prolacertiformi. Altre presentano caratteristiche diverse: tre dita parallele e dritte, un dito ridotto e artigli evidenti. Queste sono assegnate a Rotodactylus, un ichnogenere attribuito a piccoli dinosauromorfi basali, considerati parenti stretti dei primi dinosauri.

    L’ambiente in cui queste impronte si sono conservate era una pianura alluvionale semi-arida, attraversata da canali effimeri e soggetta a brevi inondazioni. Le orme si sono formate su banchi di sabbia umida subito dopo una piena e si sono conservate grazie al rapido deposito di sedimenti fini. Queste tracce raccontano un mondo che stava lentamente riprendendosi dopo l’estinzione del Permiano. Animali piccoli, veloci e leggeri si muovevano su suoli sabbiosi e asciutti in cerca di insetti o rifugi. Nessun resto osseo è stato finora rinvenuto, ma le impronte testimoniano la presenza attiva, in Sardegna, di tetrapodi terrestri già nel Triassico medio.

    Ricostruzione di: 1) Rhynchosauroides e 2) Rotodactylus.
    Fonte: (modificato da) Fabio Manucci

    Un ponte tra Permiano e Triassico

    Il ritrovamento delle impronte triassiche nelle Arenarie di Cala Viola completa idealmente il quadro già noto dal vicino Permiano della Formazione Cala del Vino, dove sono stati scoperti i fossili di Alierasaurus, di un predatore sfenacodonte e le orme di Merifontichnus. Queste nuove impronte appartengono a un mondo diverso: è il Mesozoico che avanza, è il tempo dei primi dinosauri e dei loro parenti più prossimi. Sebbene non siano state trovate ossa, l’orma di Rotodactylus rappresenta un potenziale indizio della presenza di dinosauromorfi in Sardegna già 245 milioni di anni fa. Un indizio che getta nuova luce sulla colonizzazione terrestre post-estinzione e sul ruolo dell’area mediterranea nella diffusione dei primi arcosauri.

    Le impronte fossili di Rhynchosauroides e Rotodactylus scoperte nella Nurra sono più di semplici tracce: sono messaggi nel tempo. Raccontano la resilienza della vita, la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi e il lento ma inesorabile cammino evolutivo che, pochi milioni di anni più tardi, avrebbe portato al dominio dei dinosauri.

    La Sardegna si conferma una terra preziosa per ricostruire il passato più remoto della vita terrestre. E queste piccole orme, scoperte quasi per caso, ci ricordano che ogni roccia può nascondere una storia lunga milioni di anni.

    A) Da sx a dx: fotografia ravvicinata dell’impronta, Rhynchosauroides; disegno del contorno dell’impronta; mappa tridimensionale ad elevazione con falsi colori; B) Da sx a dx: fotografia ravvicinata dell’impronta, Rhynchosauroides; disegno del contorno dell’impronta; mappa tridimensionale ad elevazione con falsi colori; C) Da sx a dx: fotografia ravvicinata dell’impronta, Rotodactylus; disegno del contorno dell’impronta; mappa tridimensionale ad elevazione con falsi colori. Le barre di scala corrispondono a 1 cm.
    Fonte: Citton et al., 2020

    Immagine di copertina: ricostruzione paleoambientale dell’area di studio durante l’Anisico, Rhynchosauroides (dx) e Rotodactylus (sx).
    Fonte: Fabio Manucci in Citton et al., 2020

    Alierasaurus ronchii: il gigante erbivoro della Sardegna Permiana

    Nel 2014, Marco Romano e Umberto Nicosia di Sapienza – Università di Roma, hanno pubblicato uno studio che ha segnato profondamente la paleontologia europea: l’identificazione di Alierasaurus ronchii, un gigantesco vertebrato erbivoro risalente al Permiano. Il fossile è stato rinvenuto nel nord-ovest della Sardegna.
    L’articolo, pubblicato sulla prestigiosa rivista Journal of Vertebrate Paleontology, ha restituito all’isola un posto d’onore nella ricostruzione dell’evoluzione dei sinapsidi basali, gettando luce su aspetti ancora poco conosciuti della vita terrestre pre-mesozoica.

    Per comprendere l’importanza di Alierasaurus, è necessario partire dal gruppo a cui appartiene, i Caseidi. Questi animali, parenti antichi e lontani degli attuali mammiferi che vissero durante il Permiano inferiore, rappresentano una delle prime linee evolutive ad adattarsi in modo efficiente a una dieta erbivora sulla terraferma.

    A differenza di altri vertebrati che avevano già iniziato a sperimentare un’alimentazione vegetariana, come alcuni diadectidi o gli edafosauridi, i Caseidi svilupparono una serie di adattamenti anatomici che permisero loro di specializzarsi nel consumo di materiale vegetale fibroso e ricco di cellulosa. Avevano un torace profondamente espanso, atto a ospitare un vasto apparato digerente, simile a quello dei grandi erbivori odierni. Inoltre, mostravano una struttura ioide robusta, indizio della presenza di una lingua muscolosa, utilizzata probabilmente per manipolare il cibo all’interno del cavo orale e premerlo contro i denti palatali. Le loro zampe anteriori, tozze e massicce, potrebbero aver avuto anche una funzione escavatrice, utile per raggiungere radici e rizomi.
    Questi elementi ci descrivono animali lenti e all’apparenza goffi, ma estremamente ben adattati a uno stile di vita terrestre e completamente vegetariano, dominando la nicchia degli erbivori giganti del loro tempo.

    In questo contesto evolutivo si inserisce la scoperta di Alierasaurus ronchii, avvenuta nella regione della Nurra, in Sardegna nord-occidentale, nei pressi del promontorio di Torre del Porticciolo. Il fossile è stato rinvenuto all’interno di una successione continentale nota come Formazione Cala del Vino, costituita da sedimenti fluviali risalenti al Permiano inferiore-medio. L’esemplare fossile, catalogato come MPUR NS 151, si è rivelato straordinario non solo per il suo stato di conservazione, ma soprattutto per la sua eccezionale taglia e per la presenza di tratti morfologici unici all’interno del gruppo.
    I resti ritrovati durante le campagne scavo, appartengono a un singolo individuo e comprendono otto vertebre caudali articolate, porzioni di costole dorsali, parte dello scapolocoracoide, un frammento dell’ulna sinistra e numerosi elementi del piede, tra cui metatarsi e falangi. È proprio su queste ultime che si è concentrata l’analisi più dettagliata. Lo studio morfometrico condotto sul metatarso IV e sulla prima falange del quarto dito ha dimostrato che le proporzioni e la morfologia dell’animale non coincidevano con quelle conosciute nei caseidi nordamericani, come Cotylorhynchus e Casea. In particolare, il metatarso risultava estremamente allungato e sottile, con una testa articolare distalmente inclinata, suggerendo un’autapomorfia, ovvero una caratteristica unica che giustificava la definizione di un nuovo genere e di una nuova specie. Inoltre, le falangi ungueali dell’esemplare sono corte, curve e dotate di robusti tubercoli flessori, più simili a quelle di sinapsidi carnivori come Dimetrodon, che a quelle di erbivori stretti. Questa combinazione di caratteristiche suggerisce che Alierasaurus fosse non solo enorme in dimensioni, ma anche morfologicamente distinto, forse adattato a una locomozione particolare o a un substrato diverso rispetto ai parenti americani.

    Il nome scelto per questo straordinario animale rende omaggio al territorio sardo e alla ricerca italiana.
    Il genere Alierasaurus deriva dal nome locale di Alghero, Aliera nel dialetto catalano-algherese, mentre l’epiteto ronchii è un tributo al geologo Ausonio Ronchi, dell’Università di Pavia, per il suo contributo fondamentale allo studio della geologia paleozoica della Sardegna.

    Coste di Alierasaurus ronchii con relativi disegni; Fonte: Romano & Nicosia, 2014
    Ricostruzione piede di Alierasaurus ronchii;
    Fonte: Romano & Nicosia,2014

    La Formazione Cala del Vino, da cui proviene il fossile, è parte di una sequenza sedimentaria che si estende dal Permiano inferiore fino all’Anisico, nel Triassico medio (295-247 Ma). I depositi si sono formati in un ambiente fluviale continentale, caratterizzato da una piana alluvionale con condizioni climatiche semiaride. Le rocce in cui si trovava Alierasaurus sono siltiti rossastre e arenarie grigio-verdi poco cementate, indicative di episodi di deposizione fluviale alternati a periodi di stasi. La posizione del fossile, a circa 30 metri al di sotto del Conglomerato del Porticciolo, fornisce un riferimento stratigrafico importante, poiché questo conglomerato rappresenta il passaggio al Triassico e segnala i profondi cambiamenti ecologici che avrebbero condotto alla fine del Permiano.
    Uno degli aspetti più significativi della scoperta di Alierasaurus è il suo valore paleobiogeografico. I grandi caseidi erano conosciuti prevalentemente in Laurasia, in particolare nel sud degli Stati Uniti (Oklahoma e Texas) e nella Russia europea. Alcuni resti, ancora in fase di studio, provengono anche dalla Germania. Tuttavia, la presenza di un esemplare gigante in Sardegna indica che questi animali non fossero confinati a nord del supercontinente Pangea. Al contrario, la loro distribuzione si estendeva fino ai margini meridionali del continente, avvicinandosi alle terre di Gondwana, che includevano l’Africa meridionale e altre masse continentali del sud. Questo fa di Alierasaurus una forma di collegamento tra le faune del nord e quelle del sud, un tassello fondamentale per ricostruire i flussi migratori, i centri di origine e le dinamiche ecologiche dei sinapsidi erbivori alla vigilia della più grande estinzione di massa nella storia della Terra.

    Mappa della Pangea con la posizione dei continenti odierni al limite Permiano-Triassico ©Wikipedia

    La scoperta e la descrizione di Alierasaurus ronchii hanno rappresentato molto più della semplice aggiunta di un nuovo nome alla lista dei fossili sardi. Questo animale ha portato alla luce nuove domande sull’evoluzione dell’erbivoria, sulla struttura degli ecosistemi permiani europei, e sulle connessioni globali tra le faune continentali dell’epoca.
    Con la sua mole imponente, la sua morfologia singolare e il suo contesto geologico unico, Alierasaurus si afferma come uno dei più significativi sinapsidi erbivori conosciuti in Europa, e come uno dei fossili più importanti mai ritrovati in Sardegna. Un ambasciatore preistorico che ci ricorda quanto la storia della vita, anche nei suoi capitoli più antichi, abbia ancora molto da raccontare.

    Immagine di copertina: Emiliano Troco

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    Alle Origini del Volo: Come il Clima Ha Modellato l’Evoluzione dei Primi Pterosauri

    Gli pterosauri sono noti per essere stati i primi vertebrati capaci di volare attivamente. Ma da dove venivano? Come si sono evoluti? E che ruolo ha avuto il clima in tutto questo? Un recente studio di Foffa et al. pubblicato su Nature Ecology & Evolution, intitolato: “Climate drivers and palaeobiogeography of lagerpetids and early pterosaurs” ci aiuta a rispondere a queste domande, grazie ad un’approfondita analisi di fossili e modelli climatici del Triassico, ovvero risalenti ad oltre 200 milioni di anni fa. Il team di ricercatori internazionale, che vede anche la presenza di due italiani (Davide Foffa e Alfio Alessandro Chiarenza), ha studiato gli pterosauri e i loro parenti più stretti non volanti, i lagerpetidi. Questi due gruppi di rettili preistorici sono vissuti nello stesso periodo, ma avevano stili di vita molto diversi. Il confronto tra le loro distribuzioni geografiche e climatiche ha rivelato importanti informazioni sulla nascita del volo nei vertebrati e sull’impatto del clima sull’evoluzione.

    Dove tutto è cominciato: le origini dei lagerpetidi e degli pterosauri

    Gli scienziati hanno ricostruito, tramite modelli probabilistici basati su dati fossili e climatici, i probabili luoghi d’origine di questi due gruppi. I lagerpetidi comparvero probabilmente nel sud-ovest della Pangea, un supercontinente che oggi corrisponde all’America del Sud. Questi animali erano piccoli, leggeri e ben adattati a una varietà di ambienti terrestri. Gli pterosauri, invece, sarebbero comparsi in regioni tropicali a bassa latitudine dell’emisfero nord, come le attuali aree del Nord America o dell’Europa. Essi rappresentano il primo esempio di vertebrati capaci di volo attivo. Queste due origini separate potrebbero riflettere le differenti esigenze ecologiche e climatiche dei due gruppi. Un aspetto sorprendente riguarda la capacità di dispersione di questi animali, cioè la loro abilità di colonizzare nuove aree geografiche. I lagerpetidi mostrarono una distribuzione geografica molto ampia e costante nel tempo: erano presenti sia ad alte che a basse latitudini e riuscivano ad attraversare barriere climatiche, suggerendo così una notevole versatilità ecologica e un’alta resistenza a condizioni ambientali difficili, come il caldo intenso o la scarsità d’acqua. Al contrario, gli pterosauri, nonostante il vantaggio del volo, avevano una distribuzione inizialmente più limitata. Questo potrebbe essere dovuto a una preferenza per ambienti specifici oppure a una fase iniziale in cui le loro capacità di volo erano ancora limitate. Solo più tardi, con il cambiamento delle condizioni climatiche, iniziarono a diffondersi più ampiamente.

    Scleromochlus – Fotografia di Davide Foffa

    Chi preferiva il deserto e chi l’umidità? Nicchie climatiche, habitat e nuove piste fossili.

    Un elemento chiave dello studio è stato l’analisi delle preferenze climatiche dei due gruppi. Sono stati integrati dati fossili con sofisticati modelli paleoclimatici, e ciò ha portato i ricercatori a scoprire che i lagerpetidi tendessero a vivere in ambienti più caldi, secchi e meno variabili. Erano adattati anche a zone interne del continente, lontane dai grandi bacini d’acqua, e sembravano tollerare meglio la siccità e il caldo estremo. Gli pterosauri, invece, prediligevano ambienti più umidi e temperati, spesso vicini a coste, laghi o fiumi. I dati mostrano che avessero una tolleranza climatica più ristretta, e questo spiegherebbe la loro presenza frammentaria nei fossili del Triassico. I ricercatori hanno anche creato mappe di idoneità climatica per determinare le zone più adatte alla sopravvivenza dei due gruppi nel passato. I risultati mostrano che i lagerpetidi fossero adatti a un’ampia varietà di habitat, distribuiti in varie zone del supercontinente Pangea, oltre che negli interni continentali, mentre gli pterosauri mostravano una distribuzione più frammentaria, con zone favorevoli principalmente lungo le coste o in ambienti tropicali umidi. Queste mappe aiutano gli scienziati a identificare nuove aree promettenti per la ricerca di fossili, in particolare in regioni oggi corrispondenti a Stati Uniti sud-occidentali, Brasile, Argentina, India, Cina e Nord Africa.

    Caviramus – Fonte: Nix Illustration

    Chi è sopravvissuto all’estinzione?

    Alla fine del Triassico, un evento di estinzione di massa portò alla scomparsa di molti gruppi animali. I lagerpetidi si estinsero, mentre gli pterosauri riuscirono a sopravvivere, dando origine a una grande diversificazione durante il Giurassico. Questo è particolarmente interessante perché, nonostante i lagerpetidi fossero più adattabili climaticamente, gli pterosauri – forse grazie al volo – riuscirono a trovare rifugio e nuove opportunità evolutive in ambienti favorevoli. Lo studio mostra chiaramente come il clima sia stato un potente motore evolutivo, capace di influenzare la distribuzione geografica e la sopravvivenza di gruppi di animali. Gli pterosauri, con la loro specializzazione per ambienti umidi e temperati, sono riusciti a emergere e prosperare grazie a cambiamenti ambientali favorevoli, mentre i lagerpetidi, più generalisti, non ce l’hanno fatta. Questi risultati ci offrono non solo nuove informazioni sull’origine del volo nei vertebrati, ma anche strumenti concreti per orientare la paleontologia del futuro, suggerendo dove effettuare le prossime ricerche, le cui scoperte potrebbero cambiare la nostra comprensione dell’evoluzione.

    Grafico che mostra il potenziale di dispersione dei gruppi di Avemetatarsalia durante il Triassico,
    Fonte: Foffa et al., 2025
    b) Gradi assoluti di dispersione latitudinale dei gruppi di Avemetatarsalia.
    c) Gradi di dispersione latitudinale dei gruppi di Avemetatarsalia corretti per gli eventi.
    (Jr. –> Giurassico; E. Tr. –> Triassico Inferiore; I. –> Induano; Olenek –> Olenekiano), Fonte: Foffa et al., 2025

    Immagine di copertina: ©Gabriel Ugueto from University of Birmingham

    Oltre l’estinzione – Viaggio tra dinosauri, geologia, natura e catastrofi di ieri e di oggi

    Preparatevi a un’avventura epocale! Il 19 e 20 luglio 2025, il Parco di San Benedetto di Gubbio si trasforma in un vero e proprio portale temporale, invitandovi a immergervi nelle profondità del tempo. Abbiamo curato un programma di eventi straordinario per esplorare il mondo dei dinosauri, i misteri della loro estinzione e l’affascinante evoluzione della vita sulla Terra.

    Che siate esperti di preistoria, semplici curiosi, grandi o piccini, troverete attività incredibili per ogni interesse. Potrete partecipare a escursioni mozzafiato alla Gola del Bottaccione, un sito di eccezionale valore geologico, o divertirvi con laboratori didattici innovativi e creativi. Avrete l’opportunità di porre le vostre domande direttamente a esperti nelle sessioni “Chiedi al Paleontologo” e di assistere a stimolanti conferenze divulgative con specialisti di fama nazionale. Ogni iniziativa è pensata per offrire spunti di riflessione e approfondimenti scientifici, rendendo la scoperta accessibile e divertente per tutti.

    Non perdete questa eccezionale occasione di esplorare i segreti di queste creature affascinanti e di scoprire come il nostro pianeta si è trasformato nel corso dei millenni. Siete pronti a fare un salto nel passato?

    Extinction – Prima e dopo la scomparsa dei dinosauri

    Lunedì 8 luglio alle ore 17:30 avrà luogo l’inaugurazione del parco pubblico “Orto San Benedetto”, un progetto che nasce da un’idea dell’Amministrazione comunale della città di Gubbio.
    Intenzione della città Eugubina è di continuare ad investire sul segmento del turismo naturalistico e geopaleontologico, visto il collegamento con la vicinissima mostra Extinction, che racconta le grandi estinzioni verificatesi nel corso delle Ere geologiche, compresa quella dei dinosauri, e il geosito della Gola del Bottaccione, che lo scorso anno si è confermato un riferimento mondiale per tutta la comunità scientifica con l’attribuzione del Golden Spike. Tale sito, già meta di studiosi da tutto il mondo a partire dagli anni 30 del ‘900 , con la sua sequenza di rocce che testimonia anche la caduta sulla Terra del gigantesco asteroide che 66 milioni di anni fa causò l’estinzione di numerose specie (tra cui i celebri dinosauri).

    Il parco pubblico “Orto San Benedetto” è stato riqualificato grazie al contributo del GAL Arte Umbria, all’interno dell’ AVVISO PUBBLICO P.A.L. ALTA UMBRIA 2014-2020 AZIONE 19.2.1.6 – Miglioramento dei servizi base ai visitatori e alla popolazione rurale- Bando Smart Villages (Misura 7.4.1 del PSR dell’Umbria 2014-2020), con il cofinanziamento del Comune di Gubbio.Il progetto di riqualificazione del parco pubblico, diretto dall’ Arch. Sebastiano Sarti, con un importo complessivo di circa €220.000 di cui circa €180.000 finanziati dal GAL, ha permesso di rimettere al centro il luogo che anticamente era l’orto del monastero benedettino, diventato negli ultimi anni uno spazio poco vissuto. Il Parco sarà uno spazio pubblico, aperto a tutti, ed in particolare alle famiglie e ai bambini che vogliono “immergersi” nel mondo dei dinosauri. Inoltre, il Comune di Gubbio ha siglato una convenzione con la mostra “Extinction. Prima e dopo la scomparsa dei dinosauri”, “Il ristorante San Benedetto” ed il bar gelateria “Il cinque colli”, al fine di collaborare congiuntamente alla manutenzione ed al rispetto di questa area restituita alla città.

    La cerimonia inaugurale è prevista presso la sala Refettorio dell’ex Monastero di San Benedetto, all’interno della mostra Extinction.
    Interverranno il neo eletto Sindaco di Gubbio Vittorio Fiorucci, il Presidente del Gal Arte Umbria Mirco Rinaldi, l’Architetto Sebastiano Sarti, direttore e ideatore dei lavori di riqualificazione, il Paleontologo Simone Maganuco, curatore della mostra Extinction e rappresentante dell’Associazione Paleontologica APPI.

    A seguito del taglio del nastro, ad ufficializzare la fruizione dei nuovi spazi della cittadinanza, gli operatori di Extinction realizzeranno insieme ai bambini “Pallondino”, il coloratissimo palloncino preistorico, ed il Paleontologo Simone Maganuco sarà a disposizione di tutti per rispondere a domande e curiosità legate ai dinosauri e tanti altri animali estinti.
    Con l’estrazione ufficiale del vincitore del Contest, svoltosi nelle scorse settimane grazie l’aiuto dei visitatori della mostra, il Sauropode di grandi dimensioni “arrivato” all’interno dell’Orto San Benedetto riceverà un nome.

    Dinosauria: anatomical and ecological innovations along the avian lineage

    I dinosauri, dominatori della Terra per 230 milioni di anni, si distinguono per una straordinaria diversità biologica riscontrabile nelle abitudini alimentari, negli ambienti occupati e nelle dimensioni corporee, spaziando dal colibrì al Tyrannosaurus rex. Ricerche condotte da ormai due secoli hanno collegato i dinosauri agli uccelli, sollevando interrogativi sullo sviluppo di caratteristiche biologiche una volta considerate tipiche solo degli uccelli moderni.
    Il dibattito sull’origine di un elevato metabolismo capace di termoregolare indipendentemente dall’ambiente esterno, in contrapposizione a quanto presente in molti rettili odierni, affonda le radici nella concezione del termine “Dinosauria” proposta da Richard Owen nel XIX secolo. Nonostante gli sforzi di molti ricercatori, la sfida persiste a causa della scarsità di informazioni fossili, generando divergenze di opinione sull’evoluzione di questa caratteristica fisiologica.
    Recenti scoperte fossili, unite a progressi nelle metodologie filogenetiche e nelle scienze paleontologiche, suggeriscono un nuovo scenario sull’origine della biologia peculiare degli uccelli all’interno della linea evolutiva dei dinosauri, indicando un’evoluzione di queste caratteristiche ben prima di quanto comunemente si credesse…

    Ci parlerà di questa incredibile diversità, che vede come protagonisti tra i più iconici animali della storia della Vita, il Dottor Alessandro Chiarenza (Università di Vigo), lunedì 11 dicembre ore 10, presso l’auletta di Anatomia Comparata – Alma Mater Studiorum Università di Bologna (via Selmi 3).

    Ascesa e trionfo dei mammiferi – The Rise and Reign of the Mammals

    Dal tramonto del regno dei dinosauri fino a noi

    È una scena che abbiamo immaginato tutti: l’asteroide che solca il cielo con la sua coda in fiamme e si schianta al largo dell’odierno Messico, sollevando tsunami e una nube nera e densissima, lassù a oscurare il sole. Quando la polvere finalmente si posa, i dinosauri si sono estinti e i primi mammiferi possono sgattaiolare fuori dalle loro tane: la fine di un mondo, l’inizio di un altro. 
    Ma non è andata proprio così: in realtà all’epoca del meteorite i mammiferi esistevano già, e da tantissimo tempo.
    Steve Brusatte, dopo aver ricostruito Ascesa e caduta dei dinosauri, ci racconta da principio questa nuova epopea: più di 200 milioni di anni fa, quasi in contemporanea ai primi dinosauri, anche i mammiferi fecero la loro comparsa, sviluppando poi nell’arco di molte ere geologiche i loro tratti distintivi – olfatto e udito raffinati, folte pellicce a ricoprire il corpo, cervello grosso e intelligenza acuta, metabolismo a sangue caldo, arcata di denti peculiare e soprattutto ghiandole mammarie attraverso cui allattare i cuccioli. Ma non si tratta solo di questo: è grazie al fatto che i mammiferi si adattarono meglio alle nuove condizioni climatiche e geologiche che, proprio alla fine della storia meravigliosa raccontata in questo libro, alcuni di loro, molto simili alle scimmie antropomorfe di oggi, presero una strada evoluzionistica del tutto diversa dagli altri che li portò ancora più lontano. Così, Ascesa e trionfo dei mammiferi è anche il lungo e appassionante prologo di una storia che, in fin dei conti, è la nostra storia.

    Di questo e tanto altro ancora, il Prof. Brusatte ci parlerà durante due imperdibili eventi organizzati da APPI – Associazione Paleontologica Paleoartistica Italina:

    Giovedì 30 novembre ore 16,30

    Firenze presso Palazzo Marucelli Fenzi, Aula Magna 112, via San Gallo 10.

    L’evento è organizzato in collaborazione con il Sistema Museale d’Ateneo e il Museo di Geologia e Paleontologia dell’Università degli Studi di Firenze.

    e

    Venerdì 1 dicembre ore 16,00

     a Roma, presso Aula Lucchesi del Dipartimento di Scienze della Terra, Sapienza Università di Roma, nell’ambito dell’assemblea annuale della Società Geologica Italiana.

    Entrambi gli eventi sono patrocinati da Società Geologica Italiana e Società Paleontologica Italiana.

    Il Prof. Steve Brusatte in posa con un cranio di Smilodon. ©S. Brusatte

    Professore all’Università di Edimburgo, Steve Brusatte è uno dei paleontologi più famosi e apprezzati della sua generazione. Ha dato il nome a più di quindici nuove specie di dinosauri e a diverse specie di antichi mammiferi. Specializzato in biologia evolutiva e anatomia dei dinosauri, ha pubblicato articoli su “Science” e numerose altre riviste scientifiche, collabora abitualmente con “Scientific American” e “The New York Times”. È consulente scientifico per la paleontologia di BBC e 20th Century Fox, nonché per la serie di film di Jurassic World. Oltre a Dinosaur Paleobiology (Wiley Blackwell, 2012), testo di riferimento per la sua disciplina, ha scritto il bestseller internazionale Ascesa e caduta dei dinosauri (Utet 2018).

    SADP – The Southern Alberta Dinosaur Project

    Dinosaur Provincial Park_ Foto D. Bonadonna

    In via del tutto sperimentale e per la prima volta, la scorsa estate l’Associazione Paleontologica APPI ha  avviato un progetto di collaborazione con il ROM (Royal Ontario Museum) e il Philip J. Currie Dinosaur Museum per un progetto di scavo paleontologico e prospecting geologico che ha coinvolto anche alcuni studenti italiani dell’Università Alma Mater di Bologna, le cui attività sono state supportate da APPI.
    Il progetto ha avuto come referenti scientifici i paleontologi David Evans (ROM) per l’area del Milk River, Manyberries e Corwin Sullivan (University of Alberta e Philip J. Currie Dinosaur Museum) per il progetto nell’area di Grande Prairie.
    Le attività di campagna si sono svolte nella regione dell’Alberta, in Canada, e le oltre tre settimane di permanenza ci hanno dato modo di apprezzare le bellezze e la varietà di questa regione da un punto di vista geologico ma anche paesaggistico, oltre che alla ricchezza di reperti fossili. 

    Gli studenti che ci hanno accompagnato in questa esperienza hanno provenienze formative differenti, e per questo motivo, le attività svolte sul campo sono state di carattere geo-paleontologico la prima e più specificatamente paleontologica la seconda.

    L’Alberta è al centro delle scoperte di dinosauri già dalla fine dell’800, quando diverse spedizioni del Geological Survey of Canada raccolsero ossa dei grandi rettili mesozoici nella parte più meridionale della regione. Quasi sempre i siti più produttivi e in generale gli esemplari più significativi e meglio preservati provenivano dai calanchi lungo il Red Deer River, in quello che oggi è giustamente chiamato Dinosaur Provincial Park. Per questa sua importanza, l’area all’interno e intorno al Dinosaur Provincial Park è stata quindi riccamente campionata, con oltre 400 scheletri di dinosauri articolati o associati raccolti da questa località in oltre un secolo di ricerche.

    La prima parte del nostro lavoro si è svolta dal 15 al 26 luglio, nell’area del Milk River lungo il confine con il Montana (USA).Il nostro team ha fatto parte di un progetto di ricerca sul campo che va avanti da diversi anni, organizzato e avviato dal Royal Ontario Museum (con la supervisione del Dott. David Evans) con i colleghi del Cleveland Museum of Natural History e del Royal Tyrrell Museum. Quest’area contiene alcuni dei più antichi sedimenti con faune a dinosauri in Alberta e ha il potenziale per rivelare nuove specie dei grandi rettili mesozoici per contribuire alla nostra conoscenza nell’evoluzione dei dinosauri del tardo Cretaceo, oltre a rappresentare una delle aree con la maggior biodiversità a dinosauri del mondo.

    Daspletosauru quarry_Foto di A. Giamborino

    La geologia e la paleontologia del tardo Cretaceo dell’Alberta sono state intensamente studiate, ma le ricerche sono state indirizzate principalmente verso aree con grandi quantità di siti affioranti facilmente accessibili, concentrando l’attenzione come già detto, sul Dinosaur Provincial Park.
    Nei livelli fossiliferi negli strati rocciosi della Dinosaur Park Formation sono presenti diversi turnovers faunistici che sono certamente dovuti a cambiamenti ambientali di queste aree. Lo studio quindi anche delle aree limitrofe al Dinosaur Provincial Park è importante per comprendere meglio le cause di questi cambiamenti e i loro reali effetti sulla fauna. Spostandosi nell’area più a sud dell’Alberta al confine con il Montana, nella regione del Milk River, i dati geologici e paleontologici sono però più scarsi ma comunque molto promettenti. Da questa zona infatti arrivano alcuni dei più antichi sedimenti a dinosauri in Alberta (Milk River, Foremost e Oldman Formation) nonché porzioni significative delle Oldman e Dinosaur Park Formation che sono equivalenti nel tempo alle sezioni esposte all’interno del Dinosaur Provincial Park e che quindi potrebbero contribuire ad una maggiore comprensione dell’area.

    Mappatura sito_Foto A. Giamborino

    Per questo motivo, il progetto di ricerca pluriennale sul campo, mira a eseguire un’indagine paleontologica completa di quest’area, con l’obiettivo di compilare un quadro biostratigrafico dettagliato per questa regione che possa essere confrontato direttamente con il ben noto Dinosaur Provincial Park e per documentare la fauna ancora poco conosciuta dei dinosauri della metà inferiore del Belly River Group e della Milk River Formation. 

    Nei prossimi articoli racconteremo quello che è stata la nostra esperienza sul campo, direttamente dalla penna di chi è stato più coinvolto, i nostri studenti!
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    All’Ombra del Supervulcano

    Il supervulcano di Bolzano – uno dei più grandi eventi vulcanici della storia del mondo – si estendeva da Merano a Trento con un diametro di circa 70 km ed è stato attivo più volte nell’arco di 12 milioni di anni. Riporta in vita questo mondo lontano una nuova mostra temporanea al Museo di Scienze Naturali.

    280 milioni di anni fa, nella zona dell’attuale Trentino-Alto Adige, si verificò un importante evento vulcanico. Questo Supervulcano è stato attivo per oltre 12 milioni di anni ed è uno dei dieci più grandi nella storia della Terra. I possenti depositi di porfido testimoniano ancora oggi della sua attività, mentre gli altri strati rocciosi intervallati raccontano di periodi di calma, durante i quali si sono insediate piante e animali. Alcuni di loro hanno lasciato tracce profonde.
    Grazie ai fossili, modelli di animali e una simulazione dell’eruzione, la mostra Caldera – All’Ombra del Supervulcano vuole riportare in vita questo mondo perduto.

    Quando?
    Dal 17 marzo al 4 febbraio 2024 presso il Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige.

    Grazie a un progetto di ricerca, questi strati sono stati studiati dagli scienziati del Museo di Scienze Naturali di Bolzano che, in esse, hanno scoperto numerose tracce di animali e piante.
    La mostra offre uno spaccato della vita di un tempo, in cui nulla era come al giorno d’oggi.

    “Qualche istante prima…” – Tridentinosaurus ©Davide Bonadonna

    INFO MOSTRA
    Aperto tutti i giorni, tranne il lunedì
    ore 10:00 – 18:00 (ultima entrata alle ore 17:30)
    Chiuso: 01.05.2023, 25.12.2023, 01.01.2024
    Museo di Scienze Naturali dell‘Alto Adige
    Via Bottai 1,I-39100 Bolzano

    Ingresso intero: 7 €
    Ridotto: 5 €
    Bambine/i fino 6 anni: gratis
    BIGLIETTI FAMIGLIA:
    Minifamiglie (1 adulto con bambini
    fino a 16 anni): 7 €
    Famiglia (2 adulti con bambini
    fino a 16 anni): 14 €
    Gruppi (min. 15 persone): 5 €/persona
    Scolaresche: 1,50 €/studente
    PROPOSTE
    Per gruppi:
    Visite guidate di 1 ora nella mostra
    temporanea: 40 € (+ ingresso al museo)
    Per scolaresche:
    Offerte didattiche per le scuole: Per le
    singole proposte e i prezzi consultate
    www.school.natura.museum

    PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA!
    reservation@museonatura.it
    oppure Tel. 0471 412975
    lun – ven, ore 9:00–14:00
    Sito della mostra:
    www.natura.museum/it/mostre-temporanee/supervulcano/