• Alierasaurus ronchii: il gigante erbivoro della Sardegna Permiana

    Nel 2014, Marco Romano e Umberto Nicosia di Sapienza – Università di Roma, hanno pubblicato uno studio che ha segnato profondamente la paleontologia europea: l’identificazione di Alierasaurus ronchii, un gigantesco vertebrato erbivoro risalente al Permiano. Il fossile è stato rinvenuto nel nord-ovest della Sardegna.
    L’articolo, pubblicato sulla prestigiosa rivista Journal of Vertebrate Paleontology, ha restituito all’isola un posto d’onore nella ricostruzione dell’evoluzione dei sinapsidi basali, gettando luce su aspetti ancora poco conosciuti della vita terrestre pre-mesozoica.

    Per comprendere l’importanza di Alierasaurus, è necessario partire dal gruppo a cui appartiene, i Caseidi. Questi animali, parenti antichi e lontani degli attuali mammiferi che vissero durante il Permiano inferiore, rappresentano una delle prime linee evolutive ad adattarsi in modo efficiente a una dieta erbivora sulla terraferma.

    A differenza di altri vertebrati che avevano già iniziato a sperimentare un’alimentazione vegetariana, come alcuni diadectidi o gli edafosauridi, i Caseidi svilupparono una serie di adattamenti anatomici che permisero loro di specializzarsi nel consumo di materiale vegetale fibroso e ricco di cellulosa. Avevano un torace profondamente espanso, atto a ospitare un vasto apparato digerente, simile a quello dei grandi erbivori odierni. Inoltre, mostravano una struttura ioide robusta, indizio della presenza di una lingua muscolosa, utilizzata probabilmente per manipolare il cibo all’interno del cavo orale e premerlo contro i denti palatali. Le loro zampe anteriori, tozze e massicce, potrebbero aver avuto anche una funzione escavatrice, utile per raggiungere radici e rizomi.
    Questi elementi ci descrivono animali lenti e all’apparenza goffi, ma estremamente ben adattati a uno stile di vita terrestre e completamente vegetariano, dominando la nicchia degli erbivori giganti del loro tempo.

    In questo contesto evolutivo si inserisce la scoperta di Alierasaurus ronchii, avvenuta nella regione della Nurra, in Sardegna nord-occidentale, nei pressi del promontorio di Torre del Porticciolo. Il fossile è stato rinvenuto all’interno di una successione continentale nota come Formazione Cala del Vino, costituita da sedimenti fluviali risalenti al Permiano inferiore-medio. L’esemplare fossile, catalogato come MPUR NS 151, si è rivelato straordinario non solo per il suo stato di conservazione, ma soprattutto per la sua eccezionale taglia e per la presenza di tratti morfologici unici all’interno del gruppo.
    I resti ritrovati durante le campagne scavo, appartengono a un singolo individuo e comprendono otto vertebre caudali articolate, porzioni di costole dorsali, parte dello scapolocoracoide, un frammento dell’ulna sinistra e numerosi elementi del piede, tra cui metatarsi e falangi. È proprio su queste ultime che si è concentrata l’analisi più dettagliata. Lo studio morfometrico condotto sul metatarso IV e sulla prima falange del quarto dito ha dimostrato che le proporzioni e la morfologia dell’animale non coincidevano con quelle conosciute nei caseidi nordamericani, come Cotylorhynchus e Casea. In particolare, il metatarso risultava estremamente allungato e sottile, con una testa articolare distalmente inclinata, suggerendo un’autapomorfia, ovvero una caratteristica unica che giustificava la definizione di un nuovo genere e di una nuova specie. Inoltre, le falangi ungueali dell’esemplare sono corte, curve e dotate di robusti tubercoli flessori, più simili a quelle di sinapsidi carnivori come Dimetrodon, che a quelle di erbivori stretti. Questa combinazione di caratteristiche suggerisce che Alierasaurus fosse non solo enorme in dimensioni, ma anche morfologicamente distinto, forse adattato a una locomozione particolare o a un substrato diverso rispetto ai parenti americani.

    Il nome scelto per questo straordinario animale rende omaggio al territorio sardo e alla ricerca italiana.
    Il genere Alierasaurus deriva dal nome locale di Alghero, Aliera nel dialetto catalano-algherese, mentre l’epiteto ronchii è un tributo al geologo Ausonio Ronchi, dell’Università di Pavia, per il suo contributo fondamentale allo studio della geologia paleozoica della Sardegna.

    Coste di Alierasaurus ronchii con relativi disegni; Fonte: Romano & Nicosia, 2014
    Ricostruzione piede di Alierasaurus ronchii;
    Fonte: Romano & Nicosia,2014

    La Formazione Cala del Vino, da cui proviene il fossile, è parte di una sequenza sedimentaria che si estende dal Permiano inferiore fino all’Anisico, nel Triassico medio (295-247 Ma). I depositi si sono formati in un ambiente fluviale continentale, caratterizzato da una piana alluvionale con condizioni climatiche semiaride. Le rocce in cui si trovava Alierasaurus sono siltiti rossastre e arenarie grigio-verdi poco cementate, indicative di episodi di deposizione fluviale alternati a periodi di stasi. La posizione del fossile, a circa 30 metri al di sotto del Conglomerato del Porticciolo, fornisce un riferimento stratigrafico importante, poiché questo conglomerato rappresenta il passaggio al Triassico e segnala i profondi cambiamenti ecologici che avrebbero condotto alla fine del Permiano.
    Uno degli aspetti più significativi della scoperta di Alierasaurus è il suo valore paleobiogeografico. I grandi caseidi erano conosciuti prevalentemente in Laurasia, in particolare nel sud degli Stati Uniti (Oklahoma e Texas) e nella Russia europea. Alcuni resti, ancora in fase di studio, provengono anche dalla Germania. Tuttavia, la presenza di un esemplare gigante in Sardegna indica che questi animali non fossero confinati a nord del supercontinente Pangea. Al contrario, la loro distribuzione si estendeva fino ai margini meridionali del continente, avvicinandosi alle terre di Gondwana, che includevano l’Africa meridionale e altre masse continentali del sud. Questo fa di Alierasaurus una forma di collegamento tra le faune del nord e quelle del sud, un tassello fondamentale per ricostruire i flussi migratori, i centri di origine e le dinamiche ecologiche dei sinapsidi erbivori alla vigilia della più grande estinzione di massa nella storia della Terra.

    Mappa della Pangea con la posizione dei continenti odierni al limite Permiano-Triassico ©Wikipedia

    La scoperta e la descrizione di Alierasaurus ronchii hanno rappresentato molto più della semplice aggiunta di un nuovo nome alla lista dei fossili sardi. Questo animale ha portato alla luce nuove domande sull’evoluzione dell’erbivoria, sulla struttura degli ecosistemi permiani europei, e sulle connessioni globali tra le faune continentali dell’epoca.
    Con la sua mole imponente, la sua morfologia singolare e il suo contesto geologico unico, Alierasaurus si afferma come uno dei più significativi sinapsidi erbivori conosciuti in Europa, e come uno dei fossili più importanti mai ritrovati in Sardegna. Un ambasciatore preistorico che ci ricorda quanto la storia della vita, anche nei suoi capitoli più antichi, abbia ancora molto da raccontare.

    Immagine di copertina: Emiliano Troco

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    Alle Origini del Volo: Come il Clima Ha Modellato l’Evoluzione dei Primi Pterosauri

    Gli pterosauri sono noti per essere stati i primi vertebrati capaci di volare attivamente. Ma da dove venivano? Come si sono evoluti? E che ruolo ha avuto il clima in tutto questo? Un recente studio di Foffa et al. pubblicato su Nature Ecology & Evolution, intitolato: “Climate drivers and palaeobiogeography of lagerpetids and early pterosaurs” ci aiuta a rispondere a queste domande, grazie ad un’approfondita analisi di fossili e modelli climatici del Triassico, ovvero risalenti ad oltre 200 milioni di anni fa. Il team di ricercatori internazionale, che vede anche la presenza di due italiani (Davide Foffa e Alfio Alessandro Chiarenza), ha studiato gli pterosauri e i loro parenti più stretti non volanti, i lagerpetidi. Questi due gruppi di rettili preistorici sono vissuti nello stesso periodo, ma avevano stili di vita molto diversi. Il confronto tra le loro distribuzioni geografiche e climatiche ha rivelato importanti informazioni sulla nascita del volo nei vertebrati e sull’impatto del clima sull’evoluzione.

    Dove tutto è cominciato: le origini dei lagerpetidi e degli pterosauri

    Gli scienziati hanno ricostruito, tramite modelli probabilistici basati su dati fossili e climatici, i probabili luoghi d’origine di questi due gruppi. I lagerpetidi comparvero probabilmente nel sud-ovest della Pangea, un supercontinente che oggi corrisponde all’America del Sud. Questi animali erano piccoli, leggeri e ben adattati a una varietà di ambienti terrestri. Gli pterosauri, invece, sarebbero comparsi in regioni tropicali a bassa latitudine dell’emisfero nord, come le attuali aree del Nord America o dell’Europa. Essi rappresentano il primo esempio di vertebrati capaci di volo attivo. Queste due origini separate potrebbero riflettere le differenti esigenze ecologiche e climatiche dei due gruppi. Un aspetto sorprendente riguarda la capacità di dispersione di questi animali, cioè la loro abilità di colonizzare nuove aree geografiche. I lagerpetidi mostrarono una distribuzione geografica molto ampia e costante nel tempo: erano presenti sia ad alte che a basse latitudini e riuscivano ad attraversare barriere climatiche, suggerendo così una notevole versatilità ecologica e un’alta resistenza a condizioni ambientali difficili, come il caldo intenso o la scarsità d’acqua. Al contrario, gli pterosauri, nonostante il vantaggio del volo, avevano una distribuzione inizialmente più limitata. Questo potrebbe essere dovuto a una preferenza per ambienti specifici oppure a una fase iniziale in cui le loro capacità di volo erano ancora limitate. Solo più tardi, con il cambiamento delle condizioni climatiche, iniziarono a diffondersi più ampiamente.

    Scleromochlus – Fotografia di Davide Foffa

    Chi preferiva il deserto e chi l’umidità? Nicchie climatiche, habitat e nuove piste fossili.

    Un elemento chiave dello studio è stato l’analisi delle preferenze climatiche dei due gruppi. Sono stati integrati dati fossili con sofisticati modelli paleoclimatici, e ciò ha portato i ricercatori a scoprire che i lagerpetidi tendessero a vivere in ambienti più caldi, secchi e meno variabili. Erano adattati anche a zone interne del continente, lontane dai grandi bacini d’acqua, e sembravano tollerare meglio la siccità e il caldo estremo. Gli pterosauri, invece, prediligevano ambienti più umidi e temperati, spesso vicini a coste, laghi o fiumi. I dati mostrano che avessero una tolleranza climatica più ristretta, e questo spiegherebbe la loro presenza frammentaria nei fossili del Triassico. I ricercatori hanno anche creato mappe di idoneità climatica per determinare le zone più adatte alla sopravvivenza dei due gruppi nel passato. I risultati mostrano che i lagerpetidi fossero adatti a un’ampia varietà di habitat, distribuiti in varie zone del supercontinente Pangea, oltre che negli interni continentali, mentre gli pterosauri mostravano una distribuzione più frammentaria, con zone favorevoli principalmente lungo le coste o in ambienti tropicali umidi. Queste mappe aiutano gli scienziati a identificare nuove aree promettenti per la ricerca di fossili, in particolare in regioni oggi corrispondenti a Stati Uniti sud-occidentali, Brasile, Argentina, India, Cina e Nord Africa.

    Caviramus – Fonte: Nix Illustration

    Chi è sopravvissuto all’estinzione?

    Alla fine del Triassico, un evento di estinzione di massa portò alla scomparsa di molti gruppi animali. I lagerpetidi si estinsero, mentre gli pterosauri riuscirono a sopravvivere, dando origine a una grande diversificazione durante il Giurassico. Questo è particolarmente interessante perché, nonostante i lagerpetidi fossero più adattabili climaticamente, gli pterosauri – forse grazie al volo – riuscirono a trovare rifugio e nuove opportunità evolutive in ambienti favorevoli. Lo studio mostra chiaramente come il clima sia stato un potente motore evolutivo, capace di influenzare la distribuzione geografica e la sopravvivenza di gruppi di animali. Gli pterosauri, con la loro specializzazione per ambienti umidi e temperati, sono riusciti a emergere e prosperare grazie a cambiamenti ambientali favorevoli, mentre i lagerpetidi, più generalisti, non ce l’hanno fatta. Questi risultati ci offrono non solo nuove informazioni sull’origine del volo nei vertebrati, ma anche strumenti concreti per orientare la paleontologia del futuro, suggerendo dove effettuare le prossime ricerche, le cui scoperte potrebbero cambiare la nostra comprensione dell’evoluzione.

    Grafico che mostra il potenziale di dispersione dei gruppi di Avemetatarsalia durante il Triassico,
    Fonte: Foffa et al., 2025
    b) Gradi assoluti di dispersione latitudinale dei gruppi di Avemetatarsalia.
    c) Gradi di dispersione latitudinale dei gruppi di Avemetatarsalia corretti per gli eventi.
    (Jr. –> Giurassico; E. Tr. –> Triassico Inferiore; I. –> Induano; Olenek –> Olenekiano), Fonte: Foffa et al., 2025

    Immagine di copertina: ©Gabriel Ugueto from University of Birmingham

    Oltre l’estinzione – Viaggio tra dinosauri, geologia, natura e catastrofi di ieri e di oggi

    Preparatevi a un’avventura epocale! Il 19 e 20 luglio 2025, il Parco di San Benedetto di Gubbio si trasforma in un vero e proprio portale temporale, invitandovi a immergervi nelle profondità del tempo. Abbiamo curato un programma di eventi straordinario per esplorare il mondo dei dinosauri, i misteri della loro estinzione e l’affascinante evoluzione della vita sulla Terra.

    Che siate esperti di preistoria, semplici curiosi, grandi o piccini, troverete attività incredibili per ogni interesse. Potrete partecipare a escursioni mozzafiato alla Gola del Bottaccione, un sito di eccezionale valore geologico, o divertirvi con laboratori didattici innovativi e creativi. Avrete l’opportunità di porre le vostre domande direttamente a esperti nelle sessioni “Chiedi al Paleontologo” e di assistere a stimolanti conferenze divulgative con specialisti di fama nazionale. Ogni iniziativa è pensata per offrire spunti di riflessione e approfondimenti scientifici, rendendo la scoperta accessibile e divertente per tutti.

    Non perdete questa eccezionale occasione di esplorare i segreti di queste creature affascinanti e di scoprire come il nostro pianeta si è trasformato nel corso dei millenni. Siete pronti a fare un salto nel passato?

    Canada Educational Expedition 2025

    Milk River view_©A. Giamborino

    La provincia dell’Alberta (Canada) è al centro delle scoperte di dinosauri già dalla fine dell’800, quando diverse spedizioni del Geological Survey of Canada raccolsero ossa dei grandi rettili mesozoici nella parte più meridionale della regione. Quasi sempre i siti più produttivi e in generale gli esemplari più significativi e meglio preservati provenivano dai calanchi lungo il Red Deer River, in quello che oggi è chiamato Dinosaur Provincial Park.
    Sono passati molti anni e dopo molte stagioni trascorse in Alberta oggi sono ancora molte le risposte che cerchiamo. La provincia dell’Alberta è vasta e piena di località fossilifere importanti: noi siamo al lavoro principalmente in due aree molto diverse tra di loro. L’area di Grande Prairie, dove lavoriamo con il Philip J. Currie Museum e l’Università dell’Alberta , è una vasta regione dominata dalla foresta boreale. La valle del Milk River, al confine con gli Stati Uniti, è invece dominata da aride badlands e da molti anni collaboriamo con il gruppo coordinato dal dottor David Evans del Royal Ontario Museum di Toronto.

    Le attività del progetto Canada Educational Expeditions cominciate nel 2022 e che finora hanno coinvolto gli studenti sono principalmente le seguenti:

    Le collezioni museali
    Una delle prime attività è la visita alle collezioni dei musei locali. Di questi abbiamo visitato, sotto la supervisione dei rispettivi curatori, le collezioni del Royal Tyrrell Museum (Drumheller) e del Philip J. Currie Dinosaur Museum (Wembley).  L’attività ha lo scopo di fornire agli studenti una conoscenza sulla valorizzazione delle collezioni museali custodite nel territorio di appartenenza, tenendo in considerazione la loro storia e la loro preparazione, i modelli di gestione attuali, il rapporto pubblico-privato e la legislazione di riferimento.  I partecipanti hanno soprattutto la possibilità di vedere tutte le fasi di preparazione dei reperti, dal loro arrivo nei magazzini fino all’esposizione al grande pubblico.

    Collezioni del Royal Tyrrell Museum_ © A. Giamborino

    Siti storici e nuovi  siti di scavo
    Visto il coinvolgimento di studenti anche alle prime esperienze, dedichiamo molto tempo per mostrare il lavoro di scavo sul terreno. Si tratta di un lavoro lento e meticoloso che comincia con le prospezioni sul terreno e la scoperta di un’area promettente. Quando si decide di aprire un sito, le priorità sono la messa in sicurezza di ogni reperto e la meticolosa mappatura di ogni elemento scoperto prima del recupero e del trasporto.

    Daspletosaurus quarry_ ©A. Giamborino

    Rilevamento geologico
    I giacimenti esaminati fanno parte di un contesto geologico complesso che deve essere parte integrante degli studi paleontologici che portiamo avanti. Lo studio delle successioni sedimentarie permette di capire l’età dei giacimenti e la loro posizione stratigrafica reciproca, ricostruire i paleoambienti, integrare informazioni sulla vegetazione e la temperatura del tempo e molto altro. Nell’area di Grande Prairie l’unità di riferimento è la Wapiti Formation (Campaniano-Maastrichtiano). Nell’area della Milk River Valley le unità di riferimento sono la Oldman Formation e la Dinosaur Park Formation (Campaniano).

    Peace Country– Grande Prairie_ © A. Giamborino

    Prospezioni paleontologica
    La ricerca di nuovi siti fossiliferi per l’organizzazione di scavi e per progetti di studio e raccolta fossili permette di valutare nuove aree di lavoro, testarne l’accessibilità e di acquisire buone capacità di riconoscimento dei fossili anche per i meno esperti. Ogni nuovo sito è mappato tramite GPS, fotografato e descritto in maniera efficace. Alcune delle aree coinvolte sono frutto di segnalazioni o monitoraggi delle campagne degli anni precedenti. La raccolta del materiale paleontologico, proveniente dalle aree in esame, viene confrontata, identificata e catalogata alla fine di ogni giornata lavorativa e di ogni spedizione.

    Daspletosaurus quarry view – © A. Giamborino

    Siamo felici di comunicare che anche per l’estate 2025 APPI e il FantiLab – VertPaleo Bologna forniranno un’opportunità di studio e di collaborazione per studenti delle università italiane. I progetti di ricerca in corso permettono di organizzare attività formative con la possibilità di arricchire la propria formazione con esperienze dirette in diversi contesti, dal terreno alle collezioni museali. 

    Sono disponibili fino a n° 2 posti per avere la possibilità di partecipare alle ricerche legate al Southern Alberta Dinosaur Project (SADP), coordinato dal prof. David Evans del Royal Ontario Museum di Toronto per la componente paleontologica e dal prof. Federico Fanti per la componente geologica. 

    Le attività del progetto sono previste per il periodo compreso tra giugno e luglio con date da definirsi in base alla disponibilità verificata in agenzia di viaggio. 

    La chiamata è aperta a studenti con formazione in Scienze Geologiche, Scienze Biologiche e Scienze Naturali attualmente iscritti ad una Laurea Magistrale pertinente a tematiche geologiche e paleontologiche. Le linee di ricerca del progetto includono: stratigrafia, paleontologia, paleoecologia, museologia scientifica. 


    Per scaricare il bando ti invitiamo a visitare il sito #VertpaleoBologna nella sezione Educational Expeditions.

    Geo-Dì 2025

    Ritorna, a Bologna, l’ormai tradizionale appuntamento con il Geo-Dì, che si terrà anche quest’anno nella prestigiosa sede dell’Accademia delle Scienze, il 31 gennaio 2025. L’evento sarà preceduto da una visita guidata nel centro storico di Bologna, programmata per il pomeriggio del 30 gennaio.

    Il Geo-Dì 2025 sarà anche l’occasione per commemorare il Prof. Alberto Castellarin, Professore emerito dell’Ateneo bolognese e Presidente della Società Geologica Italiana nel biennio 81-’82, recentemente scomparso.

    La partecipazione al convegno è gratuita, ma è necessario confermare la vostra presenza scrivendo a storiageoscienze@socgeol.it entro il 20 gennaio 2025.

    Programma del 31 gennaio 2025

    Ore 9.30 – 13.00 SESSIONE SCIENTIFICA

    (moderatori: Paolo Macini, Simone Fabbi, Marco Romano)

    Saluti istituzionali e introduzione ai lavori: Luigi Bolondi (Presidente Accademia delle Scienze), Rodolfo Carosi (Presidente SGI)

    • Vincenzo Picotti – Un ricordo del Prof. Alberto Castellarin
    • Gian Battista Vai – Lettere di Quintino Sella a Giovanni Capellini all’Archiginnasio, Bologna (1861–1884)
    • Alessio Argentieri – Dagli Appennini alle Ande: storie di geologi, ingegneri ed esploratori italiani in Argentina
    • Marco Pantaloni, Fabiana Console – La cartografia geotematica della Dancalia nel fondo cartografico della Biblioteca ISPRA
    • Anna Giamborino – Mary Anning, una vita insolita

      Ore 11.15 – 11.45: pausa caffè
    • Sandro Conticelli – L’evoluzione del concetto di provincia petrografica (magmatica) dall’Ottocento ad oggi
    • Paolo Sammuri – “Dei Vulcani o Monti Ignivomi” di Giovanni Targioni Tozzetti (1779)
    • Paolo Macini – L’Abate Stoppani in viaggio da Milano a Damasco (1874)
    • Pietro Mosca – Presentazione del Convegno della Sezione di Storia delle Geoscienze – Torino 2025

    Ore 13.00 – 14.00: pausa pranzo* in loco

    Ore 14.30 – 15.30 PRESENTAZIONE DEL VOLUME

    “TEMPO PROFONDO – La storia della vita sulla Terra”

    di Emiliano Troco, Fabio Manucci, Simone Maganuco, Leonardo Ambasciano
    (moderatori Simone Fabbi, Anna Giamborino)

    Introduzione: Marco Romano
    Interventi degli autori: Fabio Manucci, Emiliano Troco

    Paleoarte: Frames from Deep Time

    Esposizione dedicata al mondo della Paleoarte
    Una mostra organizzata da APPI – Associazione Paleontologica Paleoartistica Italiana
    e Animali Selvaggi

    In collaborazione con

    Museo Paleontologico di Montevarchi e Accademia Valdarnese del Poggio

    Frames from Deep Time

    9 – 21 dicembre 2024

    Animali Selvaggi – Via Zamboni 74
    Bologna


    Durante la durata dell’esposizione sono previsti seminari ed incontri con il pubblico:

    * 9 dicembre ore 18,30 PALEOARTISTI SI DIVENTA: riportare in Vita la Preistoria – con Davide Bonadonna (paleoartista)
    * 12 dicembre ore 18,30 DALLA PIETRA ALLA CARTA: storie di come figurare un sasso e altri strani oggetti – con Michela Contessi (conservatrice del Museo Geologico G. Capellini)
    * 17 dicembre ore 18,30 CARTOLINE DAL TEMPO PROFONDO: storie di Paleoartisti – con Fabio Manucci (paleoartista)
    * 19 dicembre ore 18,30 ALTRI MONDI – con Marco Muscioni (paleontologo)


    Extinction – Prima e dopo la scomparsa dei dinosauri

    Lunedì 8 luglio alle ore 17:30 avrà luogo l’inaugurazione del parco pubblico “Orto San Benedetto”, un progetto che nasce da un’idea dell’Amministrazione comunale della città di Gubbio.
    Intenzione della città Eugubina è di continuare ad investire sul segmento del turismo naturalistico e geopaleontologico, visto il collegamento con la vicinissima mostra Extinction, che racconta le grandi estinzioni verificatesi nel corso delle Ere geologiche, compresa quella dei dinosauri, e il geosito della Gola del Bottaccione, che lo scorso anno si è confermato un riferimento mondiale per tutta la comunità scientifica con l’attribuzione del Golden Spike. Tale sito, già meta di studiosi da tutto il mondo a partire dagli anni 30 del ‘900 , con la sua sequenza di rocce che testimonia anche la caduta sulla Terra del gigantesco asteroide che 66 milioni di anni fa causò l’estinzione di numerose specie (tra cui i celebri dinosauri).

    Il parco pubblico “Orto San Benedetto” è stato riqualificato grazie al contributo del GAL Arte Umbria, all’interno dell’ AVVISO PUBBLICO P.A.L. ALTA UMBRIA 2014-2020 AZIONE 19.2.1.6 – Miglioramento dei servizi base ai visitatori e alla popolazione rurale- Bando Smart Villages (Misura 7.4.1 del PSR dell’Umbria 2014-2020), con il cofinanziamento del Comune di Gubbio.Il progetto di riqualificazione del parco pubblico, diretto dall’ Arch. Sebastiano Sarti, con un importo complessivo di circa €220.000 di cui circa €180.000 finanziati dal GAL, ha permesso di rimettere al centro il luogo che anticamente era l’orto del monastero benedettino, diventato negli ultimi anni uno spazio poco vissuto. Il Parco sarà uno spazio pubblico, aperto a tutti, ed in particolare alle famiglie e ai bambini che vogliono “immergersi” nel mondo dei dinosauri. Inoltre, il Comune di Gubbio ha siglato una convenzione con la mostra “Extinction. Prima e dopo la scomparsa dei dinosauri”, “Il ristorante San Benedetto” ed il bar gelateria “Il cinque colli”, al fine di collaborare congiuntamente alla manutenzione ed al rispetto di questa area restituita alla città.

    La cerimonia inaugurale è prevista presso la sala Refettorio dell’ex Monastero di San Benedetto, all’interno della mostra Extinction.
    Interverranno il neo eletto Sindaco di Gubbio Vittorio Fiorucci, il Presidente del Gal Arte Umbria Mirco Rinaldi, l’Architetto Sebastiano Sarti, direttore e ideatore dei lavori di riqualificazione, il Paleontologo Simone Maganuco, curatore della mostra Extinction e rappresentante dell’Associazione Paleontologica APPI.

    A seguito del taglio del nastro, ad ufficializzare la fruizione dei nuovi spazi della cittadinanza, gli operatori di Extinction realizzeranno insieme ai bambini “Pallondino”, il coloratissimo palloncino preistorico, ed il Paleontologo Simone Maganuco sarà a disposizione di tutti per rispondere a domande e curiosità legate ai dinosauri e tanti altri animali estinti.
    Con l’estrazione ufficiale del vincitore del Contest, svoltosi nelle scorse settimane grazie l’aiuto dei visitatori della mostra, il Sauropode di grandi dimensioni “arrivato” all’interno dell’Orto San Benedetto riceverà un nome.

    Quando primi dinosauri “a sangue caldo” ?

    La capacità di regolare la temperatura corporea, una caratteristica che tutti i mammiferi e gli uccelli hanno oggi, potrebbe essersi evoluta tra alcuni dinosauri già all’inizio del periodo Giurassico, circa 180 milioni di anni fa: questo è ciò che suggerisce un nuovo studio condotto da ricercatori della UCL – University College London e dell’Università di Vigo.

    All’inizio del XX secolo, i dinosauri erano considerati animali lenti e “a sangue freddo” come i rettili moderni, che facevano affidamento sul calore del sole per regolare la loro temperatura. Scoperte più recenti indicano che alcuni tipi di dinosauri erano probabilmente in grado di generare il proprio calore corporeo, ma non si sa quando sia avvenuto questo adattamento.

    Il nuovo studio, pubblicato oggi sulla rivista Current Biology, ha esaminato la distribuzione dei dinosauri nei diversi climi della Terra durante il Mesozoico (l’era che vide il dominio dei dinosauri e dei grandi rettili sul nostro pianeta e che durò da 230 a 66 milioni di anni fa), attingendo a 1.000 fossili, modelli climatici e geografici del periodo e agli alberi evolutivi dei dinosauri.

    Il gruppo di ricerca ha scoperto che due dei tre principali gruppi di dinosauri, i teropodi (come T. rex e Velociraptor) e gli ornitischi (compresi i parenti dei mangiatori di piante Stegosaurus e Triceratops), migrarono verso climi più freddi durante il Giurassico inferiore, suggerendo quindi lo sviluppo dell’endotermia (la capacità degli organismi di generare calore internamente) già a partire da 180 milioni di anni fa. Al contrario, i sauropodi, l’altro gruppo principale che comprende il Brontosaurus e il Diplodocus, vivevano nelle aree più calde del pianeta.

    Precedenti ricerche avevano scoperto caratteristiche legate al “sangue caldo” tra gli ornitischi e i teropodi, alcuni dei quali erano noti per avere piume o proto-piume, che avevano funzione isolante per il calore interno di questi animali.

    © Davide Bonadonna (www.davidebonadonna.it)
    L’opera mostra un dromaeosauro, un tipo di teropode piumato, nella neve. 
    Questo gruppo di dinosauri è popolarmente noto come raptor. Un dromaeosauro molto noto è il Velociraptor, ritratto nel celebre film Jurassic Park.

     

    Alfio Alessandro Chiarenza, dell’UCL Earth Sciences e primo autore dello studio pubblicato oggi, ha dichiarato: “Le nostre analisi mostrano che sono emerse diverse preferenze climatiche tra i principali gruppi di dinosauri intorno al Jenkyns Event, circa 183 milioni di anni fa, quando un’intensa attività vulcanica portò al riscaldamento globale e all’estinzione di diversi gruppi vegetali. In questo periodo emersero molti nuovi gruppi di dinosauri. L’adozione dell’endotermia, forse il risultato di questa crisi ambientale, potrebbe aver consentito ai teropodi e agli ornitischi di prosperare in ambienti più freddi, consentendo loro di essere molto attivi anche per lunghi periodi di tempo, di svilupparsi e crescere più velocemente e produrre più prole”.

    La coautrice Sara Varela, dell’Università di Vigo, in Spagna, ha dichiarato: “I teropodi includono anche gli uccelli e, come evidenzia questo studio, la loro capacità di regolazione interna della temperatura corporea potrebbe aver avuto origine in questo momento del Giurassico inferiore. Nello stesso periodo, i sauropodi, che vivevano in climi più caldi, presentavano dimensioni gigantesche tra le caratteristiche più evidenti e ciò potrebbe rappresentare un altro possibile adattamento dovuto alla pressione ambientale. Il loro minore rapporto tra superficie e volume potrebbe significare, per queste creature di dimensioni ragguardevoli, perdita di calore a un ritmo ridotto, consentendo loro di rimanere attive più a lungo”.

    Nello studio, i ricercatori hanno anche indagato se i sauropodi tendessero a rimanere a latitudini più basse anche per un fattore legato ai nutrienti, per mangiare fogliame più ricco non disponibile nelle regioni polari più fredde. Invece, si è scoperto che i sauropodi sembravano prosperare in ambienti aridi, simili alla savana. Tutto ciò rappresenta un ulteriore supporto all’idea che la loro restrizione ai climi più caldi sia legata principalmente ad un fattore termico, ad una temperatura più elevata e quindi a una fisiologia a “sangue freddo”. Le regioni polari, infatti, erano più calde di quelle attuali e caratterizzate da vegetazione abbondante, rappresentando quindi per i sauropodi una buona riserva di nutrienti.

    Il coautore, il dottor Juan L. Cantalapiedra, del Museo Nacional de Ciencias Naturales (Madrid -Spagna) ha dichiarato: “Questa ricerca suggerisce una stretta connessione tra il clima e il modo in cui si sono evoluti i dinosauri. Getta nuova luce su come gli uccelli potrebbero aver ereditato un tratto biologico unico dagli antenati dinosauri e sui diversi modi in cui i dinosauri si sono adattati a cambiamenti ambientali complessi e a lungo termine”.

    Lo studio ha coinvolto ricercatori dell’UCL, dell’Università di Vigo, dell’Università di Bristol e del Museo Nacional de Ciencias Naturales di Madrid, e ha ricevuto finanziamenti dal Consiglio europeo della ricerca, dal Ministero spagnolo della ricerca, dal Consiglio per la ricerca sull’Ambiente Naturale e dalla Royal Society.

    Lo studio su Current Biology

    13-14 e 15 maggio: Torna l’evento internazionale di Pint of Science

    Appuntamento immancabile ormai per gli appassionati di scienza e birra, torna, in 24 città italiane e in oltre 400 in tutto il Mondo, la manifestazione Pint of Science. In Italia, alla sua nona edizione, le Pinte di Scienza, porteranno nei pub i più recenti temi di attualità scientifica.

    L’appuntamento più spumeggiante con la divulgazione scientifica torna in 76 pub e 24 città italiane nelle sere del 13, 14 e 15 maggio. Dalle sei città della prima edizione nel 2015 alle 24 città dell’edizione 2024: il ritmo è quello di una manifestazione sempre più amata per il suo modo informale di rendere la scienza un sapere condiviso.

    La scelta dei topic sarà ardua tra i tradizionali temi sulla comprensione dell’Universo e dei suoi costituenti che rivestono sempre un fascino magnetico: innovazione tecnologicasostenibilitàemergenza climatica ambiente, al centro di molti talk, alcuni dei quali prendono spunto anche dalle tante iniziative di ricerca che vedono gli studiosi impegnati nei tanti progetti finanziati nell’ambito del Piano Nazionale Ricerca e Resilienza e dalla ricerca che si svolge presso le università. Come sempre il vero problema sarà la scelta, visto il parterre di relatori e le tematiche.

    Durante ognuna delle tre serate, i pub coinvolti ospiteranno presentazioni interattive di circa 40 minuti seguite dalle domande del pubblico, in un’atmosfera resa colloquiale e distesa anche grazie alle birre spillate durante la conversazione.

    Cuore pulsante dell’associazione sono anche i tantissimi volontari che fanno parte dei team locali che, con grande passione per la scienza e per il piacere di ritrovarsi insieme, organizzano questo evento.

    Pint of Science è organizzato dall’associazione culturale no-profit “Pint of Science Italia” ed è un evento senza scopo di lucro a cui tutti collaborano su base volontaria, realizzato grazie ai team operanti in ciascuna città.
    Anche quest’anno un grazie speciale va all’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), che accompagna Pint of Science Italia dalla sua prima edizione con una sponsorizzazione su tutto il territorio. E anche all’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica), sponsor del tema Atoms to Galaxies, insieme ai neoarrivati NBFC-Centro Nazionale per la Biodiversità e OGS-Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale, sponsor del tema Planet Earth, e al Partenariato Esteso per le Scienze e Tecnologie Quantistiche, NQSTI-National Quantum Science and Technology Institute, sponsor del tema Tech Me Out.

    Pint of Science – La Storia, i numeri

    Nel 2012 Michael Motskin e Praveen Paul erano due ricercatori all’Imperial College di Londra. Diedero vita ad un evento chiamato “Meet the researchers” (Incontra i ricercatori) nel quale alcuni malati di Parkinson, Alzheimer, malattia del motoneurone e sclerosi multipla potevano andare nei loro laboratori a vedere quale tipo di ricerca facessero. L’evento fu molto motivante sia per i visitatori che per i ricercatori. Pensarono che se le persone vogliono entrare nei laboratori e incontrare i ricercatori, perché non portare i ricercatori fuori ad incontrare le persone? E così nacque Pint of Science. Nel maggio 2013 si tenne la prima edizione di Pint of Science (nel solo Regno Unito) che ha portato al grande pubblico alcuni dei più rinomati ricercatori a raccontare il loro lavoro innovativo agli amanti della scienza e della birra.

    In Italia, la manifestazione è sbarcata nel 2015 coinvolgendo per prime sei città – Genova, Trento, Siena, Roma, Pavia, Milano – addirittura più che triplicate nello spazio di pochissimi anni. Nel 2019, il festival si è svolto in contemporanea in ben 23 città italiane (Avellino-Sarno, Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Ferrara, Genova, L’Aquila, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Pisa-Lucca, Pavia, Reggio Calabria, Roma, Siena, Trento-Rovereto, Trieste e Torino) raggiungendo presenze da record e, dopo la cancellazione dell’edizione 2020, a causa della pandemia, nel 2021, per rimanere vicino al proprio pubblico, il festival è stato realizzato online con un formato molto coinvolgente. Dal 2022 il festival è tornato in presenza, e l’edizione 2024 che ci apprestiamo a vivere vede 24 città coinvolte e un numero sempre crescente di pub e di ricercatori. A livello internazionale sono 26 i Paesi coinvolte letteralmente in ogni angolo del mondo (Argentina,Australia, Austria, Belgio, Brasile, Canada, Croazia, Danimarca, Ecuador, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Kenya, Laos, Messico, Norvegia, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Thailandia e Ungheria).page2image33204592

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    Sponsor dell’evento

    Per ulteriori informazioni:

    https://pintofscience.it/

    Social networks:

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    Canada EE 2024 – Assegnazione borse di studio

    Dopo aver valutato attentamente tutte le candidature arrivate per il bando Canada Educational Expeditions 2024, siamo lieti di annunciare i nominativi dei vincitori.

    Ringraziamo tutti i candidati per le candidature presentate, tutte redatte con cura e nel rispetto dei criteri indicati. Dato il numero elevato delle candidature pervenute e grazie ad un finanziamento aggiuntivo a favore del progetto, siamo felici di potervi informare che è stato deciso di aggiungere una terza borsa di studio per l’anno 2024.

    I nomi dei candidati risultati idonei alla borsa, in ordine alfabetico, sono:

    Cantelli Marta (Università di Padova)
    Tersigni Marco (Università di Bologna)
    Zennaro Francesca (Università di Padova)

    Congratulazioni ai vincitori di questo bando, speriamo che possa essere una opportunità di crescita sia per noi che per voi.

    Ringraziamo tutti i candidati per aver partecipato e ricordiamo che sarà possibile ripresentare la propria candidatura il prossimo anno.

    I referenti
    Prof. Federico Fanti (Università di Bologna – FantiLab)
    Dott.ssa Anna Giamborino (Ass. Paleontologica APPI)

    Per maggiori informazioni VertPaleoBologna