• Le impronte fossili nella Nurra raccontano “i primi passi” dopo la più grande estinzione del Pianeta

    Le impronte fossili nella Nurra raccontano “i primi passi” dopo la più grande estinzione del Pianeta

    Nel cuore della Nurra, nel nord-ovest della Sardegna, a pochi passi dal promontorio di Capo Caccia, un campeggio stagionale celava un segreto preistorico. Alcuni blocchi di arenaria usati come recinzione mostravano strane depressioni. Nel 2017, un gruppo di paleontologi ha riconosciuto in quelle forme le prime impronte di tetrapodi del Triassico mai scoperte in Sardegna. Le orme provengono da blocchi staccatisi dalla parte medio-superiore delle Arenarie di Cala Viola, una formazione geologica risalente all’Anisico (circa 245 milioni di anni fa). Il ritrovamento è eccezionale: si tratta della prima testimonianza diretta della fauna terrestre che ha popolato l’isola subito dopo la più grande estinzione di massa della storia, quella di fine Permiano. Per capire l’importanza di questa scoperta, bisogna ricordare che l’estinzione di fine Permiano, avvenuta circa 252 milioni di anni fa, fu l’evento più drammatico nella storia della vita sulla Terra. Oltre il 90% delle specie marine e circa il 70% di quelle terrestri scomparvero in un lasso di tempo geologicamente brevissimo, probabilmente a causa di una combinazione di imponenti eruzioni vulcaniche, cambiamenti climatici estremi e collasso degli ecosistemi. I pochi sopravvissuti si trovarono in un mondo instabile e ostile, ma quasi privo di competitori. Il Triassico rappresentò quindi un’epoca di lenta rinascita: nuovi gruppi animali si diversificarono, colonizzando nuovamente terre e mari. Le impronte rinvenute in Sardegna appartengono proprio a questo momento di transizione, quando la vita muoveva i primi passi verso una nuova era dominata dagli arcosauri e, più tardi, dai dinosauri.

    Le impronte trovate, lunghe circa 1 cm, sono state analizzate con tecniche di fotogrammetria digitale 3D, che hanno permesso di ricostruire con precisione la loro forma e profondità. Sono orme minuscole, ma incredibilmente dettagliate, lasciate da animali leggeri su un terreno sabbioso e umido. La maggior parte delle tracce è riferibile all’ichnogenere Rhynchosauroides: orme pentadattili (cinque dita), con dita affusolate e divergenti, attribuite a piccoli neodiapsidi, probabilmente simili ai prolacertiformi. Altre presentano caratteristiche diverse: tre dita parallele e dritte, un dito ridotto e artigli evidenti. Queste sono assegnate a Rotodactylus, un ichnogenere attribuito a piccoli dinosauromorfi basali, considerati parenti stretti dei primi dinosauri.

    L’ambiente in cui queste impronte si sono conservate era una pianura alluvionale semi-arida, attraversata da canali effimeri e soggetta a brevi inondazioni. Le orme si sono formate su banchi di sabbia umida subito dopo una piena e si sono conservate grazie al rapido deposito di sedimenti fini. Queste tracce raccontano un mondo che stava lentamente riprendendosi dopo l’estinzione del Permiano. Animali piccoli, veloci e leggeri si muovevano su suoli sabbiosi e asciutti in cerca di insetti o rifugi. Nessun resto osseo è stato finora rinvenuto, ma le impronte testimoniano la presenza attiva, in Sardegna, di tetrapodi terrestri già nel Triassico medio.

    Ricostruzione di: 1) Rhynchosauroides e 2) Rotodactylus.
    Fonte: (modificato da) Fabio Manucci

    Un ponte tra Permiano e Triassico

    Il ritrovamento delle impronte triassiche nelle Arenarie di Cala Viola completa idealmente il quadro già noto dal vicino Permiano della Formazione Cala del Vino, dove sono stati scoperti i fossili di Alierasaurus, di un predatore sfenacodonte e le orme di Merifontichnus. Queste nuove impronte appartengono a un mondo diverso: è il Mesozoico che avanza, è il tempo dei primi dinosauri e dei loro parenti più prossimi. Sebbene non siano state trovate ossa, l’orma di Rotodactylus rappresenta un potenziale indizio della presenza di dinosauromorfi in Sardegna già 245 milioni di anni fa. Un indizio che getta nuova luce sulla colonizzazione terrestre post-estinzione e sul ruolo dell’area mediterranea nella diffusione dei primi arcosauri.

    Le impronte fossili di Rhynchosauroides e Rotodactylus scoperte nella Nurra sono più di semplici tracce: sono messaggi nel tempo. Raccontano la resilienza della vita, la capacità degli ecosistemi di rigenerarsi e il lento ma inesorabile cammino evolutivo che, pochi milioni di anni più tardi, avrebbe portato al dominio dei dinosauri.

    La Sardegna si conferma una terra preziosa per ricostruire il passato più remoto della vita terrestre. E queste piccole orme, scoperte quasi per caso, ci ricordano che ogni roccia può nascondere una storia lunga milioni di anni.

    A) Da sx a dx: fotografia ravvicinata dell’impronta, Rhynchosauroides; disegno del contorno dell’impronta; mappa tridimensionale ad elevazione con falsi colori; B) Da sx a dx: fotografia ravvicinata dell’impronta, Rhynchosauroides; disegno del contorno dell’impronta; mappa tridimensionale ad elevazione con falsi colori; C) Da sx a dx: fotografia ravvicinata dell’impronta, Rotodactylus; disegno del contorno dell’impronta; mappa tridimensionale ad elevazione con falsi colori. Le barre di scala corrispondono a 1 cm.
    Fonte: Citton et al., 2020

    Immagine di copertina: ricostruzione paleoambientale dell’area di studio durante l’Anisico, Rhynchosauroides (dx) e Rotodactylus (sx).
    Fonte: Fabio Manucci in Citton et al., 2020